A mezzanotte del 24 dicembre ancora una volta sarà Natale. La più grande solennità dell’intero mondo cristiano, torna puntuale e con altrettanta puntualità riecheggia il messaggio d’amore e di fratellanza che duemila venticinque anni fa partì dalla capanna di Betlemme, annunciato dagli angeli a tutti gli uomini di buona volontà. E’ usanza antichissima in questo periodo dell’anno scambiarsi gli auguri. Mai come in questi giorni risuonano parole così cordiali, beneauguranti e amichevoli.
Auguri per un Natale felice e soprattutto sereno, da trascorrere nell’intimità della famiglia, fedeli al proverbio della tradizione popolare italiana: “Natale con i tuoi…”, diffuso già in epoche pre-moderne, quando la vita religiosa e familiare era molto centrale nella società.
E così, per molti il Natale resta anzitutto un tempo di memoria familiare. Le tavole imbandite, le ricette tramandate, i riti religiosi, tutto contribuisce a un senso di continuità che unisce generazioni diverse. È il periodo dell’anno in cui ci si concede, spesso più che in altri momenti, di guardare indietro, recuperare radici, ritrovare ciò che resta stabile in una vita in perenne movimento. Ci sentiamo così, tutti più buoni e vorremmo che tutti facessero a gara per esserlo. Talvolta, saranno propri i ricordi dell’infanzia e dell’adolescenza a rendere l’atmosfera, magica, quasi incantata. Visioni di tempi ormai lontani, quando Natale era veramente Natale.
Ed ecco, che purtroppo un po’ di pessimismo riaffiora, le guerre in tante parti del mondo sembrano non finire mai, la violenza continua a mietere vittime innocenti, senza dimenticare i troppi femminicidi che rendono l’uomo veramente crudele. Il fatto è che dimentichiamo troppo spesso, il messaggio d’amore portatoci dal neonato Salvatore e tutti chi più, chi meno, siamo responsabili del male che così frequentemente ci rende avversari, a volte perfino nemici. Miserie umane, si capisce. Miserie che hanno coinvolto e coinvolgono tutto intero il nostro Paese nelle sue svariate componenti sociali, nei suoi diversi settori di attività e di lavoro, lasciando tracce a dir poco negative, certamente non d’amore.
E invece Natale è la festa dell’amore, della bontà, della tolleranza, della sopportazione reciproca. Non si può tuttavia ignorare che la componente commerciale abbia assunto un ruolo egemonico. Il “senso” del Natale sembra spesso ridursi a una competizione silenziosa per trovare il regalo “perfetto”, mettendo a dura prova i bilanci familiari. Il Natale è senza dubbio anche la festività più celebrata e commercializzata del calendario occidentale.
In un’epoca dominata dal materialismo e dalla frenesia digitale, sorge spontanea la domanda: il Natale, al giorno d’oggi, ha ancora un senso autentico? Per fortuna lontano dai centri commerciali, il Natale mantiene un fortissimo legame con i suoi pilastri originali: la tradizione e, per molti, la fede. Soprattutto per i credenti, il Natale resta la celebrazione della Nascita, un momento di riflessione sulla speranza, sull’umiltà e sull’amore incondizionato, concetti che rimangono eternamente validi e necessari.
Ritorna alla mente quanto avvenne dal giugno al dicembre del 1944, quando il Sindaco Filippo Andrea Doria Pamphili (1886–1945) che i romani scherzosamente chiamavano, ma, con affetto “Pippo nostro” nell’insediarsi in Campidoglio, subito dopo la liberazione della città Eterna, rivolgendosi ai suoi concittadini, che lo applaudivano sulla bella piazza michelangiolesca disse: “Volemose bene”. Due parole semplici, che racchiudevano e racchiudono un appello e un augurio insieme, due parole che sembrano passate di moda.
Allora, almeno per una volta, facciamo nostra questa espressione tipicamente “romanesca”, con la speranza che senza più rancori, scomparse le assurde e inutili divisioni, gli uomini riprendano a vivere fraternamente e in concordia, non soltanto il limitato tempo di una festa, sia pure importante come quella che ricorda la nascita del Cristo, ma tutti i giorni della vita.

