Van Gogh, un uomo che ha sofferto ci parla ancora attraverso l’arte

Foto di Kevin Snow su Unsplash

Sono stato ad Amsterdam e ho visitato il Museo Van Gogh. Non pensavo che quella visita avrebbe potuto commuovermi fino alle lacrime. Mi sono fermato per ore davanti ai suoi quadri. Li guardavo e, più li guardavo, più avevo la sensazione di non trovarmi davanti soltanto a delle opere d’arte, ma davanti a un uomo, alla sua vita, alle sue inquietudini, alla sua solitudine, alle sue sofferenze. Ho pensato a Vincent van Gogh e alla sua esistenza tormentata. A quanto dolore possa esserci stato dietro quei colori, dietro quei cieli inquieti, dietro quei campi, quei volti, quei girasoli che oggi incantano il mondo. E mi sono commosso pensando a una delle più grandi contraddizioni della vita: un uomo che in vita conobbe tanta sofferenza e così poco riconoscimento, oggi vive nel cuore di milioni di persone.

L’arte, forse, ha proprio questo dono: sa strappare l’uomo alla morte e donargli l’immortalità. Può accadere che il corpo muoia, che il tempo cancelli le tracce di un’esistenza, che il nome venga dimenticato. Ma se un uomo riesce a lasciare qualcosa della propria anima nella sua opera, allora quella parte di lui continua a vivere. E davanti a Van Gogh mi è venuto spontaneo pensare anche alla fede. Mi sono chiesto dove fosse Dio nel dolore di quest’uomo. Se fosse accanto a lui anche nei momenti in cui Van Gogh non riusciva più a sentirlo. Mi sono chiesto se, dentro quelle notti così buie, ci fosse comunque una luce che lui cercava senza riuscire sempre a trovarla. Forse la fede non è avere tutte le risposte. Forse è continuare a cercare la luce anche quando non la si vede. E guardando i suoi quadri ho pensato che, nonostante tutto, Vincent continuò a cercare. Cercò la bellezza, cercò la luce, cercò qualcosa che andasse oltre la propria sofferenza. E forse, in quella ricerca disperata e ostinata, c’era anche una forma di preghiera.

Non so quale sia stato il rapporto di Van Gogh con Dio negli ultimi anni della sua vita. Non voglio giudicarlo e non voglio nemmeno pretendere di conoscere il mistero della sua sofferenza. Ma mi piace pensare che Dio guardi l’uomo con occhi diversi dai nostri. Noi vediamo una vita spezzata, una sofferenza immensa, un artista che non ha ricevuto in tempo l’amore e il riconoscimento che forse cercava. Dio, se crediamo in Lui, vede anche ciò che noi non possiamo vedere: il cuore, la fragilità, la ricerca, le lacrime, i desideri più profondi. E allora mi piace pensare che Vincent non sia stato soltanto un uomo che ha sofferto. Sia stato anche un uomo che ha cercato la luce. Van Gogh è morto da tanto tempo. Eppure, davanti a un suo quadro, io l’ho sentito vicino. Non ho provato soltanto ammirazione per il suo genio. Ho provato tenerezza per la sua fragilità, rispetto per la sua sofferenza, gratitudine per ciò che ci ha lasciato. E allora ho capito una cosa che forse prima non avevo compreso fino in fondo: si può voler bene anche a un uomo che non abbiamo mai conosciuto. Io voglio bene a Vincent van Gogh. E forse è questo, più ancora della fama e della gloria, il vero modo di diventare immortali.

Forse l’immortalità non consiste soltanto nel continuare a vivere nelle opere che lasciamo. Forse consiste anche nel lasciare, nel cuore di qualcun altro, una domanda, una commozione, un pensiero, una traccia d’amore. Io sono uscito dal museo con le lacrime agli occhi e con una certezza semplice: quell’uomo, che ha sofferto così tanto, oggi riesce ancora a parlare al cuore di chi si ferma davanti alla sua arte. E forse, nel mistero della fede, questo significa che nulla di ciò che è stato vissuto con amore va veramente perduto.

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