Le vacanze devono essere accessibili a tutti

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Foto di Adam da Pixabay

In Italia, quando si parla di vacanze, socialità e tempo libero per le persone con disabilità, siamo ancora molto indietro. È un ambito in cui c’è tutto da costruire: manca un pensiero strutturato, una visione complessiva che dia senso al concetto stesso di “vacanza” per una famiglia in cui è presente una persona con disabilità. Spesso non si comprende cosa comporti davvero spostarsi per qualche giorno, portando con sé ausili fondamentali per la quotidianità, o quanto sia complesso trovare personale sanitario disponibile direttamente sul posto. Non sorprende, quindi, che secondo dati recenti, molte famiglie, scelgano di non partire, rimanendo a casa per evitare difficoltà organizzative e assistenziali.

Dal punto di vista legislativo, il nostro Paese, ha compiuto passi avanti importanti in tema di inclusione. Tuttavia, parte della normativa risale a un’epoca in cui le persone con disabilità erano invisibili alla società e vivevano spesso relegate tra le mura domestiche. Oggi, per fortuna, molte di loro rivendicano il diritto a una vita attiva, alla pari degli altri cittadini. Ma questo cambiamento di paradigma non può ricadere interamente sulle spalle dei familiari caregiver. Nei luoghi di villeggiatura, ogni persona, a prescindere dalla propria condizione, deve poter accedere a ciò di cui ha bisogno: presidi sanitari, assistenza medica, servizi adeguati. Le istituzioni devono assumersi la responsabilità di essere presenti, di osservare da vicino le difficoltà quotidiane di chi assiste e supporta, per poi agire con risposte concrete.

È auspicabile che attraverso strumenti come il Progetto di Vita, si inizi a riconoscere anche il momento della vacanza come parte integrante del percorso di inclusione. Le ferie non sono un lusso, ma un tempo fondamentale per la socialità, il benessere e la salute psico-fisica di tutta la famiglia. E devono essere un diritto accessibile, non un privilegio. Il sistema, quindi, va ripensato dalle fondamenta. Servono politiche che partano dai bisogni reali delle persone, senza ambiguità o compromessi. Non è una questione di risorse, ma di cultura. Una cultura dell’inclusione che, ad oggi, è ancora assente e che deve essere costruita con azioni concrete, non solo con buone intenzioni.

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