Il lavoro non è solo un mezzo per guadagnarsi da vivere: è parte integrante della dignità di ogni persona, uno strumento di realizzazione umana e sociale. Eppure, oggi, per moltissimi giovani, soprattutto nelle periferie urbane e nei contesti più fragili, il lavoro è tutt’altro che dignitoso. È spesso precario, sottopagato, non riconosciuto o, peggio, del tutto sommerso. Una realtà che contraddice apertamente i principi di giustizia, equità e solidarietà su cui dovrebbe fondarsi ogni società civile. Secondo gli ultimi dati disponibili, quasi 7 giovani su 10 tra i cosiddetti “Neet”, cioè coloro che non studiano né lavorano, hanno avuto esperienze di lavoro in nero. Nelle grandi città, questa cifra tocca punte drammatiche, arrivando fino a 9 giovani su 10. Non si tratta solo di un problema economico, ma anche culturale: il lavoro nero priva i giovani di diritti fondamentali, li isola dalle reti di protezione sociale, li espone ad abusi e li condanna a un presente incerto e a un futuro senza prospettive.
Contro questa deriva, la Dottrina Sociale della Chiesa offre una guida chiara. Fin dalla Rerum Novarum e poi nella Laborem Exercens di San Giovanni Paolo II, viene ribadito che il lavoro è “atto della persona”, e come tale va tutelato. Non può essere ridotto a merce o a variabile economica. Papa Francesco, nella Fratelli tutti, ci ricordava che “non c’è peggiore povertà di quella che priva del lavoro e della dignità ad esso connessa”. L’insegnamento sociale della Chiesa chiede una società che si prenda cura dei suoi giovani, offrendo loro strumenti reali di inclusione, formazione, sicurezza e partecipazione. Servono politiche pubbliche più coraggiose, ma anche una responsabilità condivisa da parte delle imprese, delle famiglie, delle associazioni e delle comunità cristiane.
È quindi necessario creare spazi di orientamento, sensibilizzazione e accompagnamento per i giovani, affinché non cadano vittime di una “normalità tossica” che considera accettabile il lavoro senza contratto, senza contributi, senza futuro. Un lavoro degno non è un privilegio, ma un diritto. Ed è su questo diritto che si misura la civiltà di un Paese. Perché nessun giovane dovrebbe sentirsi costretto a scegliere tra la sopravvivenza e la dignità.

