Riusciamo ancora a distinguere il suono della nostra coscienza?

Siamo sull’orlo di crisi che potrebbero cambiare il destino dei popoli e noi discutiamo di palchi, abiti, classifiche. Non è un’accusa. È una domanda. Forse l’uomo ha sempre fatto così: mentre la storia brucia, cerca una candela più piccola su cui fissare lo sguardo. Non per stupidità, ma per paura. Il mondo reale è complesso, inquietante, instabile. Lo spettacolo è ordinato, delimitato, rassicurante. Ha un inizio, una scaletta, una fine. La guerra – anche solo evocata – ci ricorda la fragilità.

L’intrattenimento ci restituisce l’illusione del controllo. Forse non viviamo in una bolla di imbecillità. Viviamo nella tensione eterna tra evasione e responsabilità. Il problema non è parlare di musica. Il problema è dimenticare che la musica non è il mondo. Ogni epoca ha i suoi rumori di fondo. La vera domanda è: riusciamo ancora a distinguere il suono dalla coscienza?

Ogni epoca ha il suo spettacolo. Poche hanno uomini capaci di guardare oltre il sipario. Io non so dove andrà il mondo. Ma so a chi appartiene la storia. Le potenze si minacciano, le piazze si accendono, i palchi si illuminano. Ma il destino dell’uomo non è nelle mani del rumore. È nelle mani di Dio.

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