La politica, lo confesso, non mi sorprende più. Un tempo – o forse è solo il ricordo di chi ci ha preceduto – sembrava esistere una sorta di “matematica” della politica: numeri, coerenza, idee che avevano un peso, parole che avevano un significato. Si poteva essere d’accordo o meno, ma esisteva un senso del limite, una responsabilità verso le istituzioni. Oggi, troppo spesso, assistiamo a qualcosa di diverso. Non è più la politica delle idee, ma quella delle convenienze. Non il confronto, ma il posizionamento. Non la visione, ma il calcolo.
E così, ad ogni elezione, si assiste a giochi da saltimbanco: alleanze che cambiano, posizioni che si ribaltano, dichiarazioni che smentiscono quelle del giorno prima. Tutto per arrivare a dire, alla fine: “Ho vinto.” Ma la vera domanda è un’altra: ha vinto davvero qualcuno? Ha vinto la politica, oppure hanno vinto soltanto l’ambizione personale e l’interesse del momento?
Ciò che più mi preoccupa, però, non è questo. È la testimonianza che stiamo offrendo ai giovani. Io appartengo a una generazione che si è sentita dire dai propri padri: “Studia, impegnati, fai il tuo dovere. Diventerai una persona rispettata e potrai essere utile alla società.” Era un messaggio semplice, ma potente: il valore del merito, del sacrificio, del servizio.
Oggi, invece, quale messaggio rischiamo di trasmettere? Che per andare avanti bisogna adattarsi, piegarsi, approfittare. Che l’importante non è servire lo Stato, ma aggirarlo. Che la furbizia conta più dell’onestà. È qui che si consuma la vera sconfitta. Perché quando passa l’idea che lo Stato sia qualcosa da “fregare”, si perde il senso stesso della comunità. E invece dovremmo ricordarlo, soprattutto ai più giovani: lo Stato non è un’entità distante, non è un avversario. Lo Stato siamo noi. Chi lo indebolisce, chi lo inganna, chi lo usa per fini personali, non sta facendo un torto a un’istituzione astratta. Sta danneggiando se stesso, i propri figli, il futuro di tutti.
Per questo la politica dovrebbe tornare ad essere esempio. Responsabilità, non opportunismo. Servizio, non interesse. Perché senza la credibilità delle istituzioni, senza rispetto delle regole condivise, senza senso del bene comune, non esiste vittoria che abbia davvero valore.

