Ripensare il modo di concepire l’inclusione scolastica

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Inclusione. Foto © Pixabay da Pexels,

La scuola deve essere sempre più di tutti e per tutti. Questo vale al termine delle vacanze estive così come dopo quelle natalizie, ogni volta che si riaprono le aule e riprende la vita scolastica. La scuola dovrebbe essere, per definizione, il luogo dell’inclusione per eccellenza. Eppure, dobbiamo riconoscere con onestà che troppo spesso non lo è. Non sempre per una volontà esplicita di escludere, ma per una una mancanza di conoscenza, di cultura e di consapevolezza che impedisce alla cultura dell’inclusione di arrivare a scuola come dovrebbe. Questa carenza riguarda la formazione degli insegnanti, dei dirigenti scolastici e, talvolta, anche delle famiglie. Il risultato è che la scuola, che dovrebbe essere il luogo della relazione, dell’accoglienza e della crescita comune, finisce per diventare, in molti casi, un ambiente che esclude. È una contraddizione profonda che va affrontata senza retorica, ma con lucidità.

La scuola è troppo importante per essere trattata con superficialità. Non lo è solo per il presente degli studenti con disabilità, ma soprattutto per il loro futuro e per quello del Paese intero. Quando uno studente non può frequentare la scuola, oppure è costretto a seguire un percorso non adeguato alle sue reali competenze, conoscenze e potenzialità, si sta compromettendo il suo domani. Significa creare cittadini che, una volta usciti dal sistema scolastico, avranno molte meno opportunità rispetto ai loro coetanei. Questo vale indipendentemente dal tipo di disabilità ed è un problema che riguarda l’intera società. Sul versante degli insegnanti di sostegno, è necessario superare una logica emergenziale che da troppo tempo caratterizza il mondo della disabilità. Si continua a intervenire mettendo soluzioni provvisorie quando i problemi sono già esplosi, come se bastasse rimediare all’ultimo momento. La prevenzione, purtroppo, non è mai stata un punto di forza del nostro Paese, e la scuola non fa eccezione. Eppure, è proprio qui che bisognerebbe cambiare radicalmente approccio.

Occorre prendere atto che la situazione attuale non può essere risolta dall’oggi al domani. I vuoti di organico, la carenza di personale formato e le disuguaglianze territoriali non si colmano in pochi mesi. Serve pazienza, ma soprattutto una visione. È necessario costruire un piano serio e strutturato di formazione e di assunzioni che guardi ai prossimi cinque, sette o dieci anni. Un piano che abbia obiettivi chiari e tempi realistici, con la consapevolezza che, al termine di questo percorso, si potrà finalmente avere una scuola con un numero adeguato di insegnanti e con docenti realmente preparati. L’auspicio, però, va oltre la figura dell’insegnante di sostegno. Tutti gli insegnanti dovrebbero possedere una formazione di base sulla disabilità. Chi insegna in una classe non può essere privo di competenze su questo tema, perché la disabilità non è un’eccezione rara, ma una realtà strutturale della scuola contemporanea. Certo, ci saranno docenti specializzati nel sostegno, ma l’insegnante curricolare deve essere in grado di comprendere, accogliere e lavorare con la diversità senza timore o smarrimento.

Questo approccio consentirebbe di affrontare anche le inevitabili assenze o carenze di insegnanti di sostegno, evitando che l’intera responsabilità ricada su una sola figura. Ma soprattutto permetterebbe di rafforzare un principio fondamentale: nessun alunno è “di proprietà” di un insegnante di sostegno e nessun docente lavora isolatamente. Tutti gli studenti fanno parte della classe e tutti gli insegnanti sono responsabili della classe nel suo insieme. Se non si comprende fino in fondo questo principio, sarà difficile risolvere il problema cronico degli insegnanti di sostegno, che continuano a essere numerosi in alcune aree del Paese e drammaticamente insufficienti in altre. Andare avanti per tentativi, ripetendo ogni anno gli stessi errori, significa condannarsi all’immobilismo. È necessario cambiare registro, modificare il sistema di valutazione e, soprattutto, ripensare il modo stesso di concepire l’inclusione scolastica. Solo così la scuola potrà tornare a essere davvero il luogo di tutti e per tutti.

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