Ho una profonda tristezza e penso alla mia vita di un tempo ormai lontano e voglio condividere con voi questa riflessione. Avevo un amico, anni fa, che ci ha lasciato dopo oltre dieci anni che era stato tenuto inchiodato ad un letto per una terribile malattia: la SLA. La SLA, la Sclerosi Laterale Amiotrofica è una malattia neurodegenerativa rara e grave che colpisce i motoneuroni, cioè le cellule nervose che controllano i movimenti volontari. Porta progressivamente a debolezza e atrofia muscolare, con difficoltà nel muovere gli arti, parlare, deglutire e respirare. Non compromette le capacità cognitive e la persona resta lucida mentre il corpo perde progressivamente le funzioni motorie.
In quel periodo ero comandante della polizia stradale in Piemonte e, vivendo a Torino, la sera restavo spesso da solo in ufficio. Non avevo un appartamento perchè avevo scelto di vivere in Caserma e tra la Caserma e l’ufficio preferivo restare in ufficio fino ad ora tarda. Verso le 22.00 /23.00 spesso, mi arrivava un messaggio sul computer. Era Franco che dal suo letto attraverso il suo computer mi parlava. Nei malati di SLA, quando la malattia avanza e il corpo non risponde più, diventa essenziale la comunicazione assistita tramite computer. Funziona con l’Eye-tracking: il paziente usa lo sguardo per muovere un cursore sullo schermo. Tastiere virtuali compongono lettere e parole fissando lo sguardo su ciascun tasto. E ciò che viene scritto dal paziente può essere anche trasformato in voce artificiale. Sapete cosa mi ha sempre creato sconcerto e ammirazione in questo mio amico? Mentre io stavo lì in ufficio a meditare sulle mie tristezze: mia moglie lontana, i miei figli …. “Riuscirò mai a tornare nelle Marche?” Franco mi scriveva di sé e mi faceva discorsi brevi e sofferti, ma era sempre felice. Ogni tanto mi inviava anche foto del mare di Numana, ove, quando stava bene abbiamo passato tante ore assieme alle nostre famiglie.
Franco era uomo di grande fede. Quando pensiamo ai Santi pensiamo ai miracoli, ma non è forse un miracolo scrivere ad un amico lontano per consolarlo e magari farlo ridere con delle immagini simpatiche, stando inchiodato ad un letto? Quante ore Franco, che era stato anche il mio medico di famiglia, aveva passato accanto a me quando venivo colpito da terribili cefalee. Ricordo che chiudeva le tapparelle e si sedeva accanto al mio letto, talvolta per ore fino a che i fastidi atroci non mi passavano. Franco, nella terribile malattia che lo aveva colpito, aveva trovato dentro di sé una forza che forse neanche aveva immaginato di avere. Non semplice coraggio umano, ma la percezione che qualcuno camminasse accanto a lui, anche nei momenti più oscuri. Quella fede che non era solo personale, aveva attivato reti di solidarietà nella sua famiglia e nella comunità parrocchiale. Sapere di non essere soli riduce il peso della sofferenza. Franco ha avuto accanto a sé una donna straordinaria che lo ha amato fino alla morte e due figli stupendi, di cui ogni padre sarebbe orgoglioso. “La malattia aveva bussato alla sua porta portando dolore, lacrime e silenzi. Eppure, dentro quella stanza, la fede e l’amore hanno compiuto il miracolo: la sua casa, da luogo di dolore, è diventata luogo di amore e di luce. Così la sofferenza non aveva avuto l’ultima parola: ha generato speranza, forza e una nuova forma di bellezza.
C’era stato un tempo in cui quella casa era stata abitata dal silenzio dei sospiri e dal peso della sofferenza. Le mura erano sembrate stringersi, testimoni mute di notti insonni, di attese senza risposte, di corpi stanchi e di cuori affaticati. La malattia l’aveva trasformata in una dimora di dolore, dove ogni gesto quotidiano diventava difficile. Eppure, qualcosa di misterioso è accaduto. Non è stata la scomparsa del dolore, né il miracolo inatteso della guarigione. È stata una lenta trasfigurazione: il dolore era stato accolto con dignità e la sofferenza condivisa con chi gli stava accanto e la fede che non era mai venuta meno. In quel crogiolo di fatica e fragilità, l’amore si è fatto strada.
Chi entrava nella casa di Franco non trovava più soltanto la malattia, ma lo sguardo luminoso di chi, pur nel limite, sapeva donarsi. Non trovava solo lacrime, ma parole di conforto. Non trovava solo l’ombra, ma la luce di una presenza che scaldava e sosteneva. Così quella dimora, che un tempo sembrava essere luogo di dolore, è diventata luogo di amore. E proprio in quell’amore è nata una luce nuova: la luce che rischiara anche le notti più buie, che non lascia soli, che rivela il senso profondo dell’essere insieme. In quella casa non si è spenta la speranza, perché l’amore l’aveva tenuta accesa. Non si è persa la dignità, perché la luce della fede ha illuminato ogni fragilità. E non si è restati soli, perché chi vi abitava aveva compreso che l’essenziale non è vincere il dolore, ma trasformarlo in occasione di incontro, di dono e di grazia. Ricordando Franco e la sua casa, non penso più solo alla malattia che la segnò. Penso alla forza di questo mio grande amico medico e alla luce che dalla sua casa si irradiò. Perché dà luogo di dolore, era diventata luogo di amore e di luce. Franco, amico caro, ci rivedremo nell’altra vita.

