MERCOLEDÌ 29 MAGGIO 2019, 00:02, IN TERRIS

Reddito di Cittadinanza: perché andava fatto meglio

LUCA LIPPI
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Giuseppe Conte e Luigi Di Maio
Giuseppe Conte e Luigi Di Maio
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 seguito dei risultati delle elezioni europee, si è tornati a mettere in discussione il reddito di cittadinanza, considerato tra le cause del calo alle urne del M5s. Una domanda non si è mai posta correttamente sul provvedimento in questione, è in grado di migliorare la qualità della spesa? La risposta è negativa, alla luce di alcune di criticità del provvedimento.

Secondo Il Sole24 Ore (15 maggio), solo uno su quattro dei richiedenti il reddito di cittadinanza sarà avviato al lavoro. Secondo il centro studi del M5s, invece, uno su quattro non troverà lavoro. In questa percentuale, secondo i pentastellati, ci sono gli inabili al lavoro e i pensionati minimi senza altri redditi. La card, nei fatti, offre un po’ di sopravvivenza a molti italiani, tuttavia tra i pochi pregi si cela qualche difetto. La platea che già gode dell’aiuto di Stato si misura in 2,5 milioni di italiani che non è ancora la platea completa, presumibilmente raggiungibile in estate. Un buon 25%, che statisticamente rientrava nella categoria dei poveri assoluti, una volta verificate le proprietà immobiliari e le giacenze di conto corrente, è stato escluso generando l’avanzo di un miliardo di euro sul computo totale della somma stanziata. Un dato che sorprende su tutti è il bassissimo numero di giovani che ha inoltrato la domanda per il reddito di cittadinanza. Anche in questo caso il M5s giustifica l’anomalia col fatto che moltissimi giovani sono ancora parte integrata nel nucleo familiare di origine.

Le criticità del provvedimento risiedono nel fatto che questa massa di denaro pubblico nei fatti toglie risorse al bilancio dello Stato. Il reddito non è un investimento in deficit, e la conferma la individuiamo all’interno del meccanismo stesso del provvedimento. È totalmente assente la qualità della spesa. Prendendo ad esempio il percettore di 500 euro, questi può prelevare solo 100 euro in contanti, il resto deve spenderlo in carta. La spesa privilegiata sarà quella di beni alimentari e solo in minima parte di elettrodomestici, occhiali, prestazioni mediche (tutte saltuarie e spesso non preventivabili). Con la carta non si può fare la spesa se non nel circuito dei supermercati, quasi tutte multinazionali che non pagano tasse nel nostro Paese. Già in questo caso per lo Stato non esiste un rientro utile. Poter prelevare solo 100euro in contanti, costringe il percettore a non potere mettere da parte risorse necessarie per affrontare le spese improvvise (quelle che generalmente mettono in ginocchio il povero che vive sul filo del rasoio). Poi c’è la questione della dignità: diverse centinaia di persone provano vergogna a mostrare la card nelle file al supermercato. In particolare al Nord del nostro Paese, spesso tirare fuori la card delle Poste dedicata al reddito genera atteggiamenti di disapprovazione da parte dei cassieri oltre la necessità di molti di fare spesa lontano dal proprio rione per non mostrare il proprio status. Non si vuole gettare discredito sul decreto dignità, però sottolineare la superficialità rivolta a una fascia di persone già piuttosto sollecitata nell’autostima è doveroso. Assai più importante è la mancanza di un vero reintegro della spesa interna e ritorno in termini di risorse per le casse dello Stato. Sarebbe stato più utile inserire l’obbligo per tutti di effettuare spese utilizzando il codice fiscale, dal quale dedurre totalmente gli oneri per gli aventi diritto. Da un movimento che fa dell’utilizzo di sistemi informatici una bandiera, ci si sarebbe attesi un meccanismo più semplice, anonimo e soprattutto utile anche per arginare un bel po' di micro evasione.

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