Con l’arrivo del nuovo anno si apre, per molti, un tempo di bilanci e di desideri. I buoni propositi – spesso liquidati come ingenui o destinati a fallire – rappresentano in realtà un passaggio significativo. Non sono solo promesse fatte a se stessi, ma il segno di un bisogno umano profondo: quello di credere che la vita possa ancora modificarsi e, perché no, cambiare direzione o mantenere la propria modificandone alcuni dettagli preziosi.
Dal punto di vista psicologico, fare un proposito significa fermarsi, guardarsi dentro e riconoscere che ciò che siamo oggi non è esaustivo di ciò che possiamo diventare. È un atto di consapevolezza, prima ancora che di volontà. James ci ha insegnato che il cambiamento inizia quando l’idea di trasformarsi diventa più forte dell’abitudine che ci trattiene.
Nella mia esperienza di psicoterapeuta, ma anche come educatore e come uomo, ho spesso osservato come i momenti di passaggio – l’inizio di un anno, una nuova stagione della vita – offrano uno spazio prezioso per rimettere ordine, per ridefinire priorità, per ascoltare desideri rimasti in silenzio troppo a lungo. Il calendario, in questo senso, diventa una cornice simbolica: non crea il cambiamento, ma lo rende pensabile.
Il pensiero di Borgna ci aiuta a comprendere che, sebbene la speranza sia fragile, è anche ciò che permette all’essere umano di abitare il futuro. Fare un proposito non significa illudersi che tutto andrà bene, ma scegliere di non rinunciare alla possibilità che qualcosa possa andare meglio. È un gesto discreto, spesso interiore, ma carico di significato.
La psicologia contemporanea ci ricorda che l’uomo non vive soltanto di efficienza o di risultati, ma di senso. Viktor Frankl, sopravvissuto ai campi di concentramento, affermava che all’essere umano può essere tolto tutto, tranne la libertà di scegliere l’atteggiamento con cui affrontare la propria vita. In questa prospettiva, il proposito di inizio anno diventa un’espressione concreta di libertà: il tentativo di non restare prigionieri del passato, delle cadute, degli errori.
È vero: molti propositi non vengono mantenuti. Ma questo non li rende inutili. Spesso il problema non è la mancanza di forza di volontà, quanto un dialogo interiore troppo severo, aspettative irrealistiche, o obiettivi non ancora in sintonia con ciò che siamo davvero. Dobbiamo ricordarci che le parole che rivolgiamo a noi stessi possono curare o ferire. Anche i propositi, se vissuti come obblighi rigidi, rischiano di trasformarsi in fonti di colpa invece che di crescita.
Lo stesso accade nello sport: l’obiettivo non serve solo a vincere, ma ad orientare l’impegno quotidiano, a dare senso alla fatica. Così è nella vita. Il proposito non garantisce il risultato, ma indica una direzione. È una bussola, non un giudizio.
Forse, allora, prim’ancora che ai propositi, faremmo bene a ragionare su di essi. È il modo in cui guardiamo ai propositi che va ripensato. Non come un elenco di doveri, ma come un atto di fiducia. Fiducia nella possibilità di cambiare, di migliorare, di riconciliarsi con i propri limiti. In fondo, fare un proposito significa dire a se stessi: vale ancora la pena provarci.
Forse, quindi, il senso più autentico dei propositi di inizio anno non sta nel riuscire a mantenerli tutti, ma nel fatto stesso di formularli, perché la speranza non è una certezza, ma una possibilità che chiede di essere accolta. Ogni proposito è, in fondo, una possibilità che bussa alla porta della nostra coscienza.
Anche quando fragile, anche quando incerta, la speranza resta una forza trasformativa. Nietzsche ci ha insegnato che l’uomo può sopportare quasi ogni come, se ha un perché per cui vivere. I propositi, allora, non sono promesse ingenue, ma tentativi di dare un perché nuovo alle nostre giornate, alle nostre scelte, alla nostra fatica quotidiana. E forse è proprio qui il punto più importante: non smettere di credere che la vita possa ancora sorprenderci. Non sempre possiamo cambiare le circostanze, ma possiamo cambiare il modo in cui le attraversiamo.
Che il nuovo anno sia allora un tempo in cui permettersi di sperare senza vergogna, di ricominciare senza sentirsi in colpa, di prendersi cura di sé senza sentirsi egoisti. Un tempo in cui scegliere, ogni giorno, di stare dalla parte della vita. Perché, in definitiva, il proposito più profondo non è diventare qualcun altro diverso da sé, ma avere il coraggio di diventare un po’ più pienamente se stessi, migliorandosi anche, perché no, grazie ad un passaggio temporale che può divenire significativo e trasformativo.
Significherebbe essere capaci di integrare le lancette dell’orologio con quelle più profonde dell’anima. È in questo potere trasformativo che entra ognuno di noi con la sua volontà e con la sua capacità di volersi fare gli auguri più puri. È in questa dimensione che sento fortemente di voler riprendere l’insegnamento immortale di Jung che appartiene ad un augurio pieno di senso che dedico a tutti e a ciascuno lettore: “Diventa ciò che sei”.
Buon anno di autenticità.
Di cuore.

