Pellegrinaggio in Palestina: tra ulivi secolari e il volto povero del Vangelo

Foto © Vatican News

La mia visita in Palestina risale al 1987. Ero allora un giovane funzionario di Polizia e partii per un pellegrinaggio con un amico avvocato di Ancona. Fu una “vacanza” particolare fatta di lunghe camminate, visite nei Luoghi santi e di tante celebrazioni religiose e preghiere. Credo che un cristiano abbia il dovere – avendone le possibilità – di andare in quei luoghi benedetti da Dio ove il suo Figlio prediletto scelse di nascere dando un significato profondo alla nostra umanità. Mi colpirono in particolare il Santo Sepolcro e l’Orto degli Ulivi. Camminando tra quegli alberi secolari non potevo non pensare che al Cristo.

Ho tanti ricordi di quei giorni, ma in particolare ricordo la povertà di un sacerdote palestinese che dormiva su un pagliericcio. Visitai la sua camera per caso e guardando quella stanza non arredata pensai a quanta fede avesse quel sacerdote che era tanto dolce nell’accoglierci e sorridente.

Nella sua parrocchia c’era anche un orfanatrofio e tanti bimbetti ci aspettarono, dandoci il benvenuto ed offrendoci dolcetti che magari erano stati sottratti proprio a loro. Noi visitatori rimanemmo tutti colpiti. Pensare che quei luoghi sono ancora oggi sotto le bombe, pensare alla guerra che non ha mai abbandonato quei luoghi fa male. Potrà mai il Cristo perdonare coloro che si fanno chiamare suoi seguaci, che vivono nel lusso e nell’abbondanza, mentre i suoi fratelli e le sue sorelle in Palestina soffrono e patiscono la fame?! Camminare tra quegli ulivi secolari non fu turismo ma confronto. Con la storia, con il dolore. Con il mistero.

Il sacerdote che dormiva su un pagliericcio, l’orfanotrofio, i bambini che offrivano dolcetti sottratti a se stessi: lì c’era il Vangelo incarnato, non predicato. Oggi quei luoghi sono ancora feriti, la guerra sembra non averli mai lasciati. E la domanda che ripeto a me stesso è dura: “Potrà mai il Cristo perdonare chi si dice suo seguace e vive nel lusso mentre i fratelli soffrono?” Il Vangelo non risponde con una sentenza ma con un esempio: “Ogni volta che avete fatto queste cose a uno dei miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me.” Il perdono è sempre possibile, questo è il cuore cristiano. Ma il giudizio evangelico non è indifferente alla giustizia. Il problema non è avere beni.

È dimenticare chi non ne ha. Non è l’abbondanza in sé. È l’indifferenza. Con sofferenza avverto lo scandalo della distanza tra il Cristo povero e certa opulenza cristiana. È una tensione antica quanto la Chiesa stessa. Forse la domanda da porsi non è se Cristo perdonerà. La domanda è se noi vogliamo ancora lasciarci inquietare da quella povertà. Perché chi è stato in quei luoghi non torna più uguale.

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