Papa Leone XIV ai Prefetti: autorità come servizio al bene comune

Foto di Ben White su Unsplash

Il discorso di Papa Leone XIV ai Prefetti della Repubblica di pochi giorni fa ha toccato corde profonde, che parlano non soltanto alle istituzioni ma alla coscienza di ciascuno. Le sue parole restituiscono alla funzione prefettizia il suo significato più autentico: non esercizio di potere, bensì servizio ordinato al bene comune. Il richiamo a Sant’Ambrogio è tutt’altro che ornamentale. In quella figura si coglie l’armonia possibile tra responsabilità civile e tensione spirituale. L’autorità, quando è vissuta come cura e non come dominio, diventa strumento di coesione, presidio di libertà, garanzia per i più fragili. È una lezione antica e sempre nuova: governare significa custodire.

In un momento storico molto complicato segnato da conflitti e instabilità sociale, il compito di tutelare l’ordine pubblico non può ridursi a una funzione tecnica. Come ha ricordato il Santo Padre, l’ordine non è soltanto assenza di disordini o repressione della criminalità; è condizione che permette ai poveri di trovare accoglienza, agli anziani di vivere nella serenità, alle famiglie di guardare al futuro con fiducia. È lo spazio in cui i diritti diventano concreti e la libertà non resta parola astratta. Mi ha colpito il riferimento a Sant’Agostino, che ricorda come chi dirige sia in realtà posto al servizio. Questo principio si intreccia armoniosamente con l’articolo 98 della Costituzione della Repubblica Italiana, secondo cui i pubblici impiegati sono al servizio esclusivo della Nazione. Tra legge e coscienza non vi è contrapposizione, ma complementarità: la prima esprime la volontà popolare, la seconda ne custodisce l’applicazione giusta ed equa, fatta di prossimità e ascolto.

Vi è poi un passaggio particolarmente attuale: quello sulle nuove tecnologie e sull’intelligenza artificiale nella pubblica amministrazione. L’innovazione, per essere autentico progresso, deve restare ancorata a criteri etici chiari. Non basta l’efficienza; occorre garantire trasparenza, tutela dei dati, equità nell’accesso ai servizi. La tecnologia deve servire la persona, mai sostituirla o mortificarla. Infine, il Papa ha richiamato il valore della collaborazione tra istituzioni civili e comunità ecclesiale, soprattutto nell’accoglienza dei migranti e nel sostegno ai più bisognosi. In queste sinergie si manifesta il volto migliore del Paese: una Repubblica che sa unire rigore e solidarietà.

Le parole pronunciate non sono soltanto un incoraggiamento, ma un programma morale. Esse ci ricordano che l’autorevolezza nasce dalla rettitudine interiore e che la credibilità delle istituzioni si fonda sull’esempio. Servire il Paese significa, prima di tutto, custodirne l’anima attraverso l’amore e l’attenzione verso i più fragili nello spirito di Madre Teresa di Calcutta, ovvero essendo sempre “piccole matite nelle mani di Dio”. Ebbene, se il prefetto rivolge le sue doti per il bene della comunità può brillare e illuminare i cuori della gente più bisognosa.

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