Vacanze estive, cosa fare per l’inclusione di bambini con disabilità

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Le scuole sono ormai finite e le vacanze (ben tre mesi) incombono sulle famiglie con figli con disabilità.  Ebbene sì: incombono come una nuvola nera che arriva a giugno e se ne va a settembre. Perché la scuola, soprattutto per i casi più gravi di disabilità, fa un po’ da baby-sitter e di sollievo per le famiglie.

Le vacanze sono percepite dalle famiglie con figli “normodotati” come un momento di svago, di riposo, di fine delle tante attività che riempiono i pomeriggi dei bambini e fanno correre le mamme come tassisti da un punto all’altro della città. Ma per noi mamme con bambini disabili è un po’ diverso. Che attività possiamo trovare per i nostri figli? Tre settimane di grest dell’oratorio o del Comune se va bene, e poi? La maggior parte dei camp organizzati da società sportive private non sono accessibili ai nostri bambini (tranne qualche caso eccezionale).

Non è la regola che i nostri bambini possano accedere ai camp estivi. Le società sportive non sono preparate ad accoglierli, pensano di non essere in grado, di non avere personale adeguato. E sicuramente è così.  Ma a volte basta veramente poco per accogliere i nostri ragazzi, un po’ di buona volontà, senza paura. Sono bambini come tutti gli altri, magari con la necessità che qualcuno sia dedicato a loro, certo, ma sempre con tanta voglia di giocare e di stare in mezzo agli altri.

Esperti non si nasce, nemmeno noi genitori a volte troviamo soluzioni per le difficoltà dei nostri figli. Ma la buona volontà e la voglia di dare una mano alle famiglie dovrebbero essere il primo pensiero degli organizzatori dei camp estivi. “Purtroppo non abbiamo allenatori specializzati nella gestione di questa tipologia di ragazzi”. Che brutta risposta. Questa, vi assicuro, è la risposta di un “summer camp” di calcio. Non è una tristezza? I nostri bambini non hanno i diritti di tutti gli altri.

Effettivamente i bambini con autismo sono chiamati “bambini della Luna” e quindi alieni sulla Terra. Penso che il lavoro da fare sia ancora molto, la strada per l’inclusione è ancora così lunga che non ne vediamo neppure la fine. Eppure, qualcuno c’è che ha voluto provare ad accogliere qualche nostro bambino. E vi dico che a distanza di due anni sono entusiasti, hanno imparato tanto anche gli allenatori, i dirigenti della società sportiva e tutti gli altri partecipanti.  Perché i nostri bambini sanno anche insegnare tante cose, a volte anche senza parlare.

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