Non lasciarsi possedere dai beni: l’intuizione sempre attuale di Francesco

Foto di jdcovell da Pixabay

Sono passati otto secoli dalla morte di Francesco d’Assisi, era infatti la notte tra il 3 e il 4 ottobre del 1226. Ormai Francesco stava male, la sua salute andava peggiorando, chiese ai suoi frati di essere portato alla Porziuncola, la chiesetta che aveva riparato con le sue mani. Ma non dentro. Fuori sulla nuda terra, nella capanna dell’infermeria, il Transito. Egli cantò l’ultima strofa del Cantico di Frate Sole, quello che aveva aggiunto da cieco e da malato: “Laudato si’ mi Signore per sora nostra morte corporale, da la quale nullo homo vivente po’ skappare…”.

Dopo ben ottocento anni, non è facile parlare di Francesco, tanto più che nell’ultimo periodo sono state numerose le pubblicazioni sul “Poverello”, che tutti, autori noti e meno noti, hanno raccontato nei diversi aspetti la sua breve ma intensa vita terrena.

Su Francesco, il cui vero nome alla nascita era Giovanni, figlio del mercante Pietro di Bernardone e di Donna Pica, originaria della Provenza,  Dante nell’ XI canto del Paradiso così scriverà: “nacque al mondo un sole”, e poi così continua: “nel crudo sasso intra Tevere e Arno da Cristo prese l’ultimo sigillo, che le sue membra due anni portarno”, qui si fa riferimento a La Verna, dove Francesco ricevette le stimmate il 17 settembre del 1224.

Nacque un sole!

Certamente Francesco ha lasciato un’impronta unica potremmo dire non solo nel periodo storico in cui ha vissuto, il Medioevo, con il suo modo di fare e di agire, portando e trasmettendo soprattutto la Parola di Dio sempre servendosi del suo stile semplice e spontaneo, fatto di povertà ed umiltà. Egli è diventato nel corso della storia, il santo della povertà, della pace, della fraternità e della natura.

La sua povertà non va confusa con la miseria, né con un semplice rifiuto dei beni. E’ senza dubbio una scelta di libertà. Possedere meno, per Francesco significava soprattutto non lasciarsi possedere dalle cose. Se ci pensiamo bene, nella nostra epoca dominata dal consumo e dall’accumulo, quest’intuizione, conserva una straordinaria attualità.

Francesco è  stato anche l’uomo della fraternità, infatti nel suo linguaggio ricorre continuamente la parola “fratello”: fratello sole, sorella luna, fratello vento, sorella acqua. Persino la morte viene chiamata sorella.

Ha dato una visione del mondo, nella quale l’essere umano non è padrone assoluto della realtà, ma fa parte di una creazione che lo precede e che gli è affidata.

Non possiamo tralasciare un altro aspetto della figura del “Serafico” ed è quello della pace. Francesco visse un periodo attraversato da conflitti, contrapposizioni e violenze, nonostante questo cercò sempre il dialogo, anche oltre i confini, basterebbe ricordare l’incontro con il sultano Al-Malik al Kamil nel 1219, durante la Quinta Crociata (1217-1221) facendo capire che l’altro con le sue naturali differenze, non deve essere necessariamente un nemico.

Per Francesco essere semplici non significava avere una vita senza problemi, ma significava distinguere ciò che è essenziale da ciò che non lo è, significava ritrovare tempo per l’ascolto, per il silenzio, per le relazioni, e significava anche accettare di non essere sempre al centro.

Francesco, il più santo degli italiani, il più italiano dei santi, passò e dimorò nel 1209 anche a Roma, sotto il pontificato di Innocenzo III (1198-1216) che incontrò a S. Giovanni in Laterano, per l’approvazione della Regola, di quello che sarebbe diventato l’Ordine dei Frati Minori, conosciuti  in tutto il mondo come francescani.

Nella chiesa a lui dedicata, S. Francesco a Ripa, è conservata la cella dove il santo visse per qualche giorno. E’ un ambiente rettangolare con le pareti nude e il soffitto a piccoli travi di legno e il pavimento di mattonelle in terracotta. Sull’altare c’è un bellissimo ritratto del santo, una tavola a tempera della seconda metà del XV secolo di Margheritone d’Arezzo (1218-1290). Nella parte destra di questo particolare e suggestivo ambiente, in un vano chiuso da un’inferriata è custodito il cosiddetto “cuscino” di Francesco, una scritta dice: “Sasso ove posava il capo il Serafico Padre Francesco”.

Nel 1223 Francesco tornò a Roma, qui incontrò papa Onorio III (1216-1227) sempre nel Palazzo Apostolico del Laterano, ottenendo l’approvazione della Regola, con la bolla “Solet annuere”, non era solo un atto giuridico, dietro quelle pagine c’era la scelta radicale di Francesco e dei suoi compagni di vivere il Vangelo nella povertà, nella fraternità e nella predicazione.

Adesso ad ottocento anni dalla sua morte, sembrerebbe di ascoltare la voce di Francesco, che ci parla di questioni e problemi che non sono lontani dal nostro vivere quotidiano.

In una società che spesso misura il valore delle persone attraverso ciò che possediamo o mostriamo, ci ricorda il valore dell’essere. In un tempo, sempre più segnato dalla solitudine, parla di fraternità, in mondo ferito e talvolta succube dei conflitti, parla di pace e di fronte ad una natura sfruttata dall’uomo, ci ricorda l’importanza della gratitudine e della custodia.

Viviamo in un’epoca di grandi possibilità, ma anche di profonde inquietudini. La tecnologia ci avvicina, e nello stesso tempo, può renderci più soli. Possediamo molto, ma non sempre siamo più felici. Abbiamo strumenti straordinari per comunicare, eppure facciamo fatica ad ascoltarci. La terra ci offre ogni giorno i suoi doni, ma spesso la consideriamo soltanto una risorsa da consumare.

L’eredità che ci ha lasciato Francesco, non consiste nel tornare indietro nel tempo, ma nell’imparare a guardare il futuro con occhi diversi: più liberi del possesso, più attenti agli ultimi, più rispettosi della terra, più disponibili all’incontro e alla pace.

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