Mondiali: perché la Spagna ha dato una lezione di calcio e di vita

Mondiali di Calcio 2026 / Spagna-Capo Verde / foto Witters/Image Sport nella foto: formazione Spagna

Quanto contano le stelle e quanto conta la stella? Si parla molto, in questi giorni, delle “stelle” del calcio mondiale. Sono i campioni inquadrati da ogni telecamera, che riempiono le prime pagine, quelli che si contendono i club con contratti milionari. C’è poi la stella, quella che verrà cucita sulle maglie della squadra vincitrice a significare il raggiungimento del trofeo più ambito: la vittoria del Mondiale di Calcio.

La Spagna ne ha una – vinta magistralmente in Africa nel 2010 grazie alla sua generazione d’oro, quella che inventò il “tiki-taka” – ma ora vuole aggiungerne un’altra sulla maglia rossa.

Una nuova generazione di giovani talenti (due diciannovenni sono titolari fissi in prima squadra) è oggi, a distanza di 16 anni, ad un passo dall’obbiettivo dopo aver eliminato il Portogallo di Cristiano Ronaldo e i favoriti dalla stampa e dagli esperti: la Francia delle stelle, costretta a rinunciare alla stella dopo essersi inchinata alla superiorità di un gruppo compatto come nessuno mai.

Il CT spagnolo Luis de La Fuente (2,5 milioni di euro il suo ingaggio contro i 10 milioni pagati dal Brasile ad Ancellotti) è riuscito ancora una volta a dare un’anima a un gruppo di ragazzi provenienti da ogni parte del paese, lasciando da parte rivalità di club e nazionalismi (sempre più feroci e aggressivi nella penisola). Luis, uomo di fede, cattolico praticante (“Prego tutti i giorni ma non per la vittoria, perché vorrebbe dire volere il male per l’avversario”, ha detto ai giornalisti), sa che non bisogna abusare del termine, perché la felicità è ben altro, ma non può nascondere il suo stato d’animo: “Ora è difficile capire cosa si sente, ma capisco che è qualcosa che somiglia molto alla felicità”, ha commentato. “Oggi abbiamo affrontato una delle migliori nazionali del mondo ma loro hanno incontrato la migliore squadra del mondo; e non è la stessa cosa…”, ha affermato il tecnico spagnolo dopo la gara vinta con la Francia. Ed è questo il punto.

“La fuerza del equipo”, la forza della squadra, titola il giornale El Mundo per sottolineare quella particolare caratteristica che ha portato La Roja in finale. La consapevolezza è quella di non avere nessun giocatore “da 10”, ma un gruppo in cui tutti fanno la loro parte senza cercare protagonismi, riflettori o vetrine. Così la Spagna raggiunge il suo obbiettivo minimo (la finale) con una squadra di giocatori che non brillano di luce propria ma si illuminano quando si uniscono in campo, dove ognuno è necessario all’altro e nessuno è indispensabile senza l’altro.

In quello che è stato definito “il mondiale delle stelle” – Messi, Ronaldo, Haaland, Mbappè, Kane… – a brillare è un gruppo senza nomi altisonanti ma coeso, intenzionato a prendersi la vera stella, quella che conta e che indica la strada da percorrere.

Giocatori che potremmo definire “normali“, nomi sconosciuti al grande pubblico ma dotati di tecnica e voglia di sudare la maglia. Capaci di giocare in maniera spettacolare senza che emerga un nome o un numero sopra gli altri. Come nel calcio di una volta.

Tutti conoscono Yamal, che a dire il vero non ha brillato ma ha anche lui contribuito al gioco corale. Ma non tutti conoscono, ad esempio, Oyarzabal (prolifico attaccante fiero di giocare nella Real Sociedad) Olmo e Rodri (geniali centrocampisti che non mollano un centimetro creando gioco e trovando spazi dove sembrerebbe impossibile), Cubarsí e Lapporte (che hanno letteralmente neutralizzato ogni attaccante che hanno trovato di fronte) o Simón (portiere inizialmente discusso ma che ha subito un solo gol in tutto il torneo).

Niente eccessi, niente look particolari, niente scandali o storie da prima pagina. I giocatori de La Roja si presentano come ragazzi legati alla propria famiglia e alle loro radici. Grati per essere stati scelti per rappresentare il paese non esigono il posto come qualcosa di dovuto; come Mikel Merino che sia contro il Portogallo che contro il Belgio è stato tenuto in panchina fino a cinque minuti dalla fine ma, al suo ingresso, ha risolto entrambe le partite con 2 gol in 11 minuti e, senza fiatare, è tornato a sedersi in panchina contro la Francia. Le radici nel cuore, la terra e la famiglia: Merino esulta nella stessa maniera in cui lo fece il padre nel lontano 1991 e, in questi giorni in cui la sua città viene invasa da tori e persone per “los encierros” ha detto: “San Fermín mi protegge, ogni volta che si avvicina la festa”.

Il centrocampista Alex Baena ha dedicato il gol che ha dato la vittoria alla nazionale spagnola contro l’Uruguay a Maria Caamaño, che a 13 anni è morta per un tumore maligno raro: “Quel gol è stato davvero speciale, perché volevo dedicarlo a María: oggi era il suo compleanno. E credo che, da lassù, lei mi abbia aiutato a segnare con quel suo sorriso”.

Sono storie che svelano un’altra dimensione del calcio, spesso oscurata dalle luci delle stelle in primo piano e dai contratti milionari: è la storia di un gruppo di professionisti, legati da una passione e da un obbiettivo comune e capaci di unire un paese; storia di legami familiari, di amicizie e di attaccamento alle proprie radici, che animano da dentro e spingono a inseguire il sogno della vittoria. A prescindere dal risultato finale i ragazzi di Luis de la Fuente hanno dimostrato che nel calcio non c’è spazio per i protagonismi personali, che non è uno sport per solisti ma che, al contrario, la vittoria si raggiunge assieme, mettendo le proprie capacità al servizio della squadra. Una lezione di calcio per molte squadre ma anche una lezione di vita che, questa sì, merita la luce dei riflettori.

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