Memoria e giustizia: il sacrificio quotidiano degli eroi invisibili

NELLA FOTO LE SAGOME DEGLI AGENTI DI SCORTA E DEL GIUDICE PAOLO BORSELLINO INISEME ANTONIO VULLO AGENTE DELLA SCORTA CHE SI E' SALVATO

Spesso sento ricordare la morte di due grandi eroi del nostro tempo: Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Non ho avuto il privilegio di conoscerli né di lavorare con loro. La mia esperienza di polizia giudiziaria si è fermata al continente. Eppure credo che ogni poliziotto o carabiniere abbia sentito, almeno una volta nella propria vita, il bisogno di avere sulla scrivania una loro fotografia o di leggere un loro scritto. Perché Falcone e Borsellino sono stati – e resteranno – due straordinari testimoni della verità e della giustizia. Sapevano di dover morire. E tuttavia continuarono a svolgere il loro lavoro con umiltà, determinazione e senso dello Stato, come se il sacrificio personale fosse parte della missione che avevano scelto. Ma ogni volta che li ricordiamo, c’è una parola che torna spesso nei discorsi pubblici: la scorta.

Una parola pronunciata quasi come un dettaglio, come un elemento accessorio della storia. E invece dietro quella parola ci sono uomini. Uomini veri. Uomini che sapevano perfettamente di poter morire. I poliziotti, i carabinieri della scorta non erano comparse nella storia di Falcone e Borsellino. Erano eroi come loro. Eroi come tanti altri che, negli anni più difficili della nostra democrazia, hanno dato la vita per combattere la mafia e il terrorismo senza mai abbassare la testa. Eppure, di molti di loro non viene ricordato  il nome. Così accade qualcosa di ingiusto: nella memoria collettiva finiscono per esistere eroi di serie A ed eroi di serie B. Ma se Falcone e Borsellino potessero parlare, sono certo che rifiuterebbero con forza questa distinzione. Da funzionario e da dirigente ho sempre considerato l’agente o l’ispettore che lavorava accanto a me non un subordinato, ma un collega. Spesso un amico. Talvolta un fratello. Il legame di Falcone e Borsellino con i loro uomini è noto a tutti. Era un legame fatto di fiducia, di rispetto, di condivisione del rischio. Per questo il mio pensiero va ai tanti eroi sconosciuti che pochi sentono il bisogno di ricordare. Uomini che sono andati incontro alla morte sapendo che il lavoro che chiamavano – con semplicità – servizio avrebbe potuto portarli per sempre lontano dai propri affetti.

Tra questi uomini voglio ricordare un giovane funzionario che mi fu caro amico: Beppe Montana. Fu assassinato il 28 luglio 1985, a soli 34 anni. Ricordo ancora il suo volto. Ricordo il suo sorriso. Ricordando  lui voglio ricordare tutti gli altri, i tanti servitori dello Stato che hanno onorato e continuano a onorare le nostre Forze dell’Ordine. Per loro siamo pronti a versare due lacrime il giorno dei funerali. Poi, troppo spesso, torniamo alle nostre distrazioni.

Nonostante tutto, quegli uomini continuano ogni giorno a fare il loro dovere. A te, Beppe, il mio pensiero affettuoso. A voi, eroi senza nome del nostro quotidiano, la riconoscente devozione per ciò che avete fatto, per ciò che fate e per ciò che continuerete a fare. Perché so che, malgrado tutto, continuerete a farlo. Continuerete a svolgere, con silenziosa dignità, ciò che con nobile semplicità chiamate, e continuerete a chiamare, servizio.

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