L’invito di Papa Leone a essere santi: diventare uomini e donne di pace

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Ci sono momenti nei quali una comunità cristiana non ha bisogno di molte parole. Ha bisogno di ritrovare il significato più autentico della propria fede: pregare, testimoniare, amare e costruire la pace.

L’invito del Santo Padre a essere santi acquista oggi un significato ancora più profondo. Perché la santità non è qualcosa di lontano dalla vita quotidiana, né appartiene soltanto ai grandi testimoni della fede. La santità comincia nelle scelte di ogni giorno: nel modo in cui guardiamo l’altro, nel perdono che sappiamo concedere, nella capacità di non alimentare l’odio, nel coraggio di cercare ciò che unisce invece di ciò che divide. E soprattutto nella pace.

In un mondo attraversato da guerre, sofferenze, paure e divisioni, il messaggio del Papa è un richiamo alla responsabilità di ciascuno. La pace non può essere soltanto l’assenza delle armi. È un modo diverso di concepire i rapporti tra gli uomini e tra i popoli. È rispetto della dignità umana, è giustizia, è dialogo, è capacità di fermarsi prima che la parola diventi insulto e prima che il conflitto diventi violenza.

Per un cristiano, la pace non significa arrendersi davanti al male o rinunciare alla giustizia. Significa non permettere al male di trasformare il nostro cuore a sua immagine. È questo, forse, uno dei significati più profondi dell’essere santi nel nostro tempo.

La grande testimonianza della Francia cattolica ci ricorda che una Chiesa viva non è una Chiesa che si chiude nelle proprie certezze, ma una Chiesa capace di uscire, incontrare, pregare e testimoniare. Una Chiesa che non ha paura di parlare all’uomo contemporaneo e di ricordargli che, anche quando tutto sembra perduto, la pace rimane possibile.

«Siate santi» significa allora anche: siate uomini e donne di pace. Pace nelle famiglie, quando il rancore sembra prevalere sull’amore. Pace nella società, quando le differenze diventano motivo di contrapposizione. Pace nella politica, quando il confronto rischia di trasformarsi in odio personale. Pace tra i popoli, quando la logica delle armi sembra avere il sopravvento sulla diplomazia. Pace nei nostri cuori, perché è difficile costruire la pace fuori di noi se dentro di noi coltiviamo continuamente rabbia e risentimento.

Il cristiano non può limitarsi a chiedere la pace agli altri. Deve cominciare da sé. La santità è anche questo: avere il coraggio di essere diversi dal mondo quando il mondo ci chiede di odiare, di dividere, di giudicare e di vendicarci. Ecco perché l’invito del Santo Padre è così attuale. In una società che spesso esalta il successo, il potere, l’apparire e la contrapposizione, il Vangelo ci propone una strada diversa: quella della mitezza, del servizio, della misericordia e della fraternità.

Non è una strada facile. Ma è la strada che conduce alla pace. E davanti alle immagini delle guerre che ogni giorno entrano nelle nostre case, davanti alle vittime innocenti, ai bambini, alle famiglie costrette ad abbandonare le proprie case, non possiamo rassegnarci all’idea che la guerra sia l’unica risposta possibile. La pace ha bisogno di uomini e donne capaci di crederci prima ancora di poterla vedere.

Per questo quella risposta della Francia cattolica all’invito «Siate Santi» assume un valore che va oltre i confini di una nazione. È una risposta all’Europa. È una risposta alla Chiesa. È una risposta a tutti noi. Perché la santità non è fuga dal mondo. È entrare nel mondo con il cuore di Cristo e provare a cambiarlo, una persona alla volta, una famiglia alla volta, una comunità alla volta. E forse oggi il modo più autentico per raccogliere l’appello del Santo Padre è proprio questo: essere santi costruendo la pace. Con la preghiera, con il perdono, con la parola, con il dialogo e, soprattutto, con la testimonianza della nostra vita.

Perché la pace che invochiamo per il mondo deve prima nascere dentro di noi. «Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio». Questa è la strada. Questa è la sfida. Questo è il nostro compito.

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