Dai tempi dei Romani le infrastrutture sono uno dei fattori più importanti per la crescita della economia e per la competitività di un Paese. Laddove passano le infrastrutture di trasporto, autostrade, porti, aeroporti o treni AV, il PIL cresce di più e si valorizzano gli immobili. La rete delle infrastrutture è uno dei parametri più importanti per la localizzazione di nuove aziende, magazzini e non solo.
Giulio Cesare costruì porti e magazzini. Le strade consolari di fatto disegnarono gran parte dello sviluppo italiano e europeo. Sino al 1970 la Via Aurelia, poi diventata la Strada Statale n.1 , fu la via del collegamento tra Roma e la Francia. Il traforo del Frejus approvato dal Parlamento subalpino nel 1857 è ultimato in soli tredici anni apri l’economia italiana alla Europa e inserì il nostro Paese nella Valigia delle Indie la linea commerciale che univa Londra alle Indie. L’apertura del Canale di Suez riporta al centro dei traffici il Mar Mediterraneo emarginato sino allora dalla scoperta dell’America. Nel Mediterraneo ora passa quasi un quarto dei traffici commerciali mondiali. Nel secondo dopoguerra la costruzione delle Autostrade e e dei Trafori autostradali del Bianco, del S. Bernardo furono alla base, insieme alla riforma agraria e a Piani casa di Fanfani, del Boom Economico che diede il lavoro a milioni di italiani e portò il benessere . Lo dobbiamo chiamare Boom economico perché fu il risultato delle scelte economiche dei governi della DC e dei suoi alleati e non un miracolo caduto dal cielo. Il Boom economico italiano infatti viene studiato nelle Università asiatiche. Le infrastrutture portano benefici per decenni e decenni – ecco perché la analisi costi e benefici non ha senso, ma purtroppo Cavour non è stato studiato o è stato studiato male. Oggi le infrastrutture sono ancora più importanti per una serie di motivi.
Il mercato mondiale cresce al ritmo di tre punti di PIL all’anno e quindi può generare per le nostre produzioni un mercato di sbocco fondamentale. Non a caso il 30 e più per cento del nostro PIL arriva dalle nostre esportazioni, due terzi delle quali dirette verso l’Europa e un terzo verso il resto del mondo dagli USA all’Est asiatico al Sud America. Attraversare le Alpi per portare le nostre produzioni pertanto sono prioritarie, come disse Cavour nel suo primo appunto al Re. Insieme alle Alpi, per noi sono strategici i porti dai quali arrivano le importazioni di materie prime e semilavorati e rappresentano il punto di passaggio per le esportazioni della nostra manifattura, del nostro Made in Italy e della nostra enogastronomia.
Ma le infrastrutture come i porti e i trafori non sono solo essenziali per consentire il nostro import e il nostro export ma data la nostra posizione nel Mediterraneo che ci vede di fronte al Canale di Suez e alle coste nord africane, possono essere importanti punti di passaggio per le merci estere da e verso i Paesi europei. Il passaggio delle merci estere dai nostri porti ci porterebbe entrate fiscali aggiuntive e molto lavoro logistico mentre oggi, come denuncio da oltre 15 anni, perdiamo quasi un milione di container che invece di arrivare ai nostri porti arrivano ai porti del Nord Europa. Perdiamo così, come ha calcolato il Piano nazionale della logistica 2011-2020, almeno sei miliardi di PIL. Ecco perché è fondamentale per un Paese che da oltre due decenni cresce, salvo eccezioni, dello zero virgola e che ha un debito Pubblico monstre di circa 3000 miliardi – che costa al nostro bilancio 90 miliardi di interessi l’anno – è fondamentale costruire le infrastrutture portuali e le reti di trasporto europee, dalla TAV al Terzo Valico, al Brennero. Oltretutto il trasporto su rotaia non inquina, toglie traffico dalle strade, diminuisce la incidentalità stradale.
Lo sviluppo economico italiano è stato rallentato negli anni dalle mancate riforme ma anche dai No a tutto che non capivano la importanza delle autostrade al punto che nel 75 il gruppo del PCI fece approvare un emendamento che bloccava la costruzione delle autostrade . Il No alle autostrade si trasformò all’inizio di questo millennio nei No alla Tav e al Terzo Valico. Anche nel 1857 vi erano dei No al primo traforo, la differenza è che nessuno si sognò allora di andare a tirare le pietre al cantiere di Bardonecchia, cosa che invece capita da almeno tredici anni. Ricordo qui che l’unico organo che rappresenta la volontà del popolo italiano è l’interesse generale è il Parlamento e pertanto chi ci si oppone rallentando la costruzione delle opere pubbliche, oltre a ritardare gli effetti positivi per le popolazioni locali e per il lavoro, ne determina l’aumento dei costi di alcuni miliardi. Per capire le ricadute sulla nostra economia della costruzione delle infrastrutture si pensi che la logistica italiana, meno efficiente di quella tedesca anche grazie alla carenza delle infrastrutture, vale solo il 10% del nostro PIL mentre la logistica in Europa vale il 12%.
E’ chiaro il forte contributo alla crescita della economia e del lavoro potrebbe dare una rete di infrastrutture moderne, efficienti e green. Ecco perché i tempi lunghi della costruzione delle infrastrutture sono uno schiaffo alle sofferenze quotidiane di chi non ha lavoro e vive con mezzi insufficienti.

