L’accoglienza universale come vocazione evangelica

Basta andare su Google, cliccare su Congregazione per la dottrina della fede e aprire la pagina con la lista completa dei documenti del dicastero vaticano. Alla base c’è un principio: che la Chiesa, nel nome di un Dio che è amore, deve aprire le braccia a tutti, essere misericordiosa con tutti, dare un “posto” anche a quanti non rispettano la sua dottrina, le sue regole. Come ci ha ricordato spesso Francesco, e ha ripetuto in Portogallo alla Giornata mondiale della Gioventù: “Tutti, tutti. Non mettiamo dogane nella Chiesa. Tutti!”. Questa “accoglienza universale” – e lo ha ribadito la rivista dei gesuiti, Civiltà Cattolica – non significa affatto relativismo, né mettere da parte i valori ideali. “Quando il Papa parla di accogliere tutti, la preoccupazione del Papa è molto ampia. Afferma che la Chiesa deve saper accogliere tutti”.

Molti ricorderanno quel famoso inciso di Giovanni XXIII, nel discorso all’apertura del Concilio Vaticano II. Nella dottrina cattolica, con l’espressione deposito della fede (in latino “depositum fidei”), si intende quell’unico patrimonio di tutte le verità, riguardanti sia la conoscenza (fede) che il comportamento (morale). Verità insegnate da Gesù, mediatore e pienezza della Rivelazione, agli Apostoli e da questi trasmesse al collegio dei Vescovi quali loro successori. Queste verità costituiscono il principio o fondamento da cui attinge il Magistero della Chiesa, non potendo questa aggiungere nulla a quanto, almeno implicitamente, è già contenuto nella Rivelazione. L’intelligenza, ovvero la comprensione, di tali verità progredisce nella Chiesa lungo i secoli con l’assistenza dello Spirito Santo. “Una cosa è la sostanza dell’antica dottrina del ‘depositum fidei’ e un’altra cosa è la formulazione del suo rivestimento”.

Un distinguo – coraggiosissimo in quel momento – che sottolineava come fosse necessaria una evoluzione nella comprensione delle questioni di fede e di morale. Il riferimento costante è il Concilio, la cui prima sessione terminò l’8 dicembre 1962, ma mentre fervevano i lavori di preparazione della seconda, il 3 giugno 1963 morì Giovanni XXIII. A porre fine a timori e auspici su un’interruzione definitiva del Concilio, il 27 giugno dello stesso anno papa Paolo VI annunciò la decisione di riprendere con la seconda sessione che si aprì il 29 settembre e culminò il 4 dicembre 1963, con la promulgazione del primo dei “documenti maggiori” del Concilio: la costituzione “Sacrosanctum Concilium” secondo cui “la liturgia è il culmine verso cui tende l’azione della Chiesa e, al tempo stesso, la fonte da cui promana tutta la sua energia“. La terza sessione si svolse dal 14 settembre al 21 novembre del 1964, la quarta ed ultima dal 4 settembre 1965 all’8 dicembre dello stesso anno. In quel giorno Paolo VI, sul sagrato della basilica di San Pietro, dopo aver essersi rivolto ai governanti, agli uomini di pensiero e di scienza, agli artisti, alle donne, ai lavoratori, ai poveri, ai sofferenti e ai giovani, chiuse ufficialmente il Vaticano II. Nell’arco delle quattro sessioni erano state promulgate quattro costituzioni (una liturgica, due dogmatiche, una pastorale) nove decreti e tre dichiarazioni.

Dal Concilio muove Francesco per riportare la Chiesa alle radici evangeliche. Sono trascorsi sei decenni dalla stagione conciliare. Ormai la maggioranza dei sacerdoti e dei vescovi del mondo non hanno conosciuto san Giovanni XXIII, né hanno vissuto l’epoca nella quale ha avuto origine, e poi si è svolto, il Vaticano II. Di sicuro, però, la loro formazione cristiana, presbiterale ed accademica, sono state permeate dal rinnovamento del Concilio e dai richiami alle costituzioni, alle dichiarazioni. Insegna papa Francesco: “Riscopriamo il Concilio per ridare il primato a Dio, all’essenziale, a una Chiesa che sia pazza di amore per il suo Signore e per tutti gli uomini, da Lui amati; a una Chiesa che sia ricca di Gesù e povera di mezzi; a una Chiesa che sia libera e liberante”. Aggiunge il Pontefice: “La Chiesa sia abitata dalla gioia. Se non gioisce smentisce sé stessa, perché dimentica l’amore che l’ha creata. Eppure, quanti tra noi non riescono a vivere la fede con gioia, senza mormorare e senza criticare? – ha domandato – Una Chiesa innamorata di Gesù non ha tempo per scontri, per veleni e polemiche. Dio ci liberi dall’essere critici e insofferenti, aspri e arrabbiati”.

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