Non è un venerdì come tanti, Gesù è stato costretto a prendere sulle spalle la croce, la trave orizzontale detta “patibulum”, quello che sarà lo strumento della sua stessa esecuzione. Inizia così un percorso doloroso che attraversa le strade di Gerusalemme, tra la folla, i soldati e lo sguardo di chi osserva in silenzio. Così ogni passo di Gesù è segnato dalla fatica: il corpo è ferito dalle percosse e dalla flagellazione, le forze diminuiscono, ma il cammino continua.
Quanta sofferenza per percorrere la “Via Dolorosa”, che va dalla fortezza Antonia, dove Gesù fu condannato da Ponzio Pilato, al Golgota, circa settecento metri per arrivare fuori dalle mura cittadine di Gerusalemme. Durante questo tragitto avvengono incontri che la tradizione cristiana ha ricordato con profonda devozione. Gesù incontra sua madre, Maria, in uno dei momenti più dolorosi per entrambi. Più avanti, un uomo di nome Simone di Cirene, un ebreo proveniente proprio da Cirene, un’importante città situata nell’attuale Libia orientale, viene costretto dai soldati ad aiutarlo a portare la croce. Un altro gesto di compassione è quello di Veronica, che secondo la tradizione asciuga il volto di Gesù con un panno.
La tradizione racconta che, dopo aver asciugato il volto di Gesù, sul panno rimase impressa miracolosamente l’immagine del suo viso. Questo velo è conosciuto come il “Velo della Veronica”, una delle reliquie più evocative della spiritualità cristiana. Il nome della “Veronica” è stato spesso interpretato come derivato dal latino “vera icon”, cioè “vera immagine”, proprio in riferimento all’impronta del volto di Cristo rimasta sul tessuto. Nei quattro Vangeli, non viene raccontato questo episodio, il racconto compare in tradizioni successive, diffuse soprattutto nel Medioevo e nella devozione popolare legata alla “Via Crucis”.
C’è da ricordare che nei Vangeli di Marco e Luca si racconta di una donna che soffriva di perdite di sangue da molto tempo. Un giorno mentre Gesù camminava tra la folla la donna pensò: “Se riuscirò anche solo a toccare il suo mantello sarò guarita” Si avvicinò e toccò il suo vestito. In quel momento fu guarita. Nei vangeli questa donna non ha un nome, però nei testi cristiani, soprattutto nei cosiddetti testi apocrifi e nelle tradizioni dei primi secoli questa donna viene chiamata Veronica.
Gesù, ormai stremato ha raggiunto il luogo dove sarà crocifisso. L’usanza della crocifissione non nacque a Roma. I Romani la presero e svilupparono da popoli precedenti dell’Oriente antico, soprattutto come metodo di punizione pubblica e deterrente. I popoli che l’usavano erano i Persiani, molti storici ritengono che furono tra i primi a usare una forma di crocifissione o esposizione del corpo su pali già nel VI secolo a.C., durante l’epoca dell’impero persiano, poi i Fenici, anche loro praticavano esecuzioni simili e contribuirono alla diffusione di questo metodo nel Mediterraneo e infine i Cartaginesi, di origine fenicia che utilizzavano la crocifissione soprattutto contro ribelli o comandanti sconfitti.
I Romani avevano l’abitudine di scrivere sul patibolo o su un cartello il crimine attribuito al condannato. Nel caso di Gesù, l’accusa era quella di proclamarsi “re dei Giudei”, un titolo che le autorità romane avevano interpretato come una reale minaccia politica contro il potere dell’imperatore Tiberio, e in quel periodo tutta la Palestina era una provincia dello stesso Impero Romano. La scritta “INRI” posta sul patibolo, dal significato “Gesù Nazareno re dei Giudei” era in latino, lingua usata dell’amministrazione romana, in greco la lingua diffusa nel Mediterraneo orientale e in ebraico o aramaico parlato nella regione.
Gesù, adesso era sulla croce, mentre da sotto la folla, che prima l’aveva osannato, riconoscendo i suoi miracoli e ascoltando numerosa i suoi discorsi sulla montagna, adesso lo insultava, lo derideva…dimenticando in un attimo tutto il bene ricevuto…
Solamente Maria, la madre, e le altre donne Maria di Clèofa, molti studiosi ritengono che fosse la moglie di Cleopa, personaggio ricordato nel racconto dei discepoli di Emmaus dopo la risurrezione, e Maria di Màgdala, più conosciuta come la Maddalena, secondo la tradizione cristiana “apostola degli apostoli”, e Giovanni erano rimasti ai piedi della Croce.
Nel corso dei secoli molti teologi e storici hanno interpretato l’episodio come un vero affidamento di Maria alla comunità di tutti i discepoli, senza dimenticare al tempo stesso l’altro affidamento, quello dei credenti alla presenza materna di Maria, mentre la figura Giovanni rappresenterebbe simbolicamente i discepoli.
La croce è un simbolo universale: rappresenta la sofferenza di un innocente, l’ingiustizia subita, ma grazie a Gesù, proprio la croce dà anche la possibilità di trasformare il dolore in qualcosa di più grande: il perdono, la speranza e la rinascita per la stessa umanità.
Ricordare Gesù e suoi ultimi momenti vissuti sulla Croce, è ritrovare quell’immagine profonda che invita ogni essere umano, ad interrogarsi sui temi fondamentali di tutti i giorni quali: il senso della vita, e la capacità di amare, che il genere umano attraverso le guerre, sembra aver messo da parte, preferendo far trionfare il male sul bene.

