La pace per cui pregare: un mondo dove il terrore non trovi terreno

Foto di Victor Zhang: https://www.pexels.com/it-it/foto/memoriale-dell-11-settembre-con-una-rosa-bianca-sui-nomi-35304253/

Mi trovavo per caso davanti al televisore quando vidi l’attacco alle Due Torri. Per qualche istante ebbi la sensazione di assistere a un film. Le immagini erano talmente assurde, talmente lontane da ciò che la nostra mente poteva concepire, che sembravano appartenere alla fantasia e non alla realtà. Chiamai Maria Giovanna, che si trovava in un’altra stanza, e le dissi di venire a vedere. Poi arrivò la dura realtà. Non era un film. Il mondo era davvero esploso. E insieme alle Torri era crollata anche una parte delle nostre certezze, quelle della società che avevamo chiamato moderna, sicura, invulnerabile.

Quel giorno il fanatismo religioso e ideologico provocò una tragedia immane. Migliaia di persone morirono, e da allora gli Stati Uniti e l’Occidente hanno dovuto fare i conti con una parola terribile: terrore. Una parola che forse, a distanza di venticinque anni, non abbiamo ancora completamente compreso. Abbiamo imparato a riconoscerne gli effetti, a combatterne le manifestazioni, a costruire strumenti di sicurezza sempre più sofisticati. Ma forse non siamo ancora riusciti a comprendere fino in fondo ciò che accade nell’animo umano quando la disperazione, l’umiliazione, l’odio e il fanatismo diventano più forti della ragione e perfino della vita.

E allora nasce una domanda che non può essere elusa. Se affami un popolo, se lo ghettizzi, se cerchi di privarlo anche di quel poco che possiede, quel popolo ha il diritto di difendersi? La risposta non può essere semplicemente sì o no. Perché una cosa è il diritto alla difesa, altra cosa è il terrorismo. Una cosa è combattere per la propria libertà, altra cosa è colpire deliberatamente innocenti. La sofferenza non può trasformare l’uccisione di civili in un atto giusto.

Ma resta la domanda: quali sono i confini della legittima difesa? E quali sono i mezzi che un popolo può utilizzare per non soccombere? Sono interrogativi difficili, soprattutto per chi, come noi cristiani, è chiamato a credere nella pace. Il Santo Padre invoca incessantemente la pace. E noi cristiani continuiamo a pregare per la pace. Ma la pace non può essere soltanto l’assenza delle armi. La vera pace, forse, nasce quando nessun uomo è costretto a scegliere tra la propria dignità e la propria sopravvivenza; quando nessun popolo viene condannato alla fame, all’umiliazione o alla disperazione; quando la giustizia riesce ad arrivare prima dell’odio.

Sono passati venticinque anni da quel giorno. E ancora oggi, davanti alle immagini delle Due Torri avvolte dal fumo, mi chiedo se abbiamo davvero imparato la lezione dell’11 settembre. Oppure se il mondo, dopo aver visto l’inferno, abbia semplicemente imparato a conviverci. La domanda più difficile, allora, non è soltanto come combattere il terrore. È capire come costruire un mondo nel quale il terrore non trovi più terreno fertile. Forse è questa la pace per la quale dovremmo pregare.

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