La modernità che passa e la Croce che resta

Foto di Anna da Pixabay

Ci sono gesti che non restano semplici gesti. Si dilatano, si caricano di significato. In un attimo smettono di appartenere solo a chi li compie e iniziano a rappresentare qualcosa di più grande: un orientamento, una visione, una direzione collettiva. Non accade per caso. Viviamo in un’epoca in cui l’immagine precede il pensiero e spesso lo sostituisce. Ciò che viene mostrato con forza tende a imporsi come misura. Il palcoscenico culturale non si limita più a intrattenere: orienta, suggerisce, normalizza.

È il giro di mulinello della modernità. Una corrente rapida che solleva ciò che incontra, lo amplifica, lo rilancia, lo trasforma in segno dei tempi. La parola “normalità” diventa sigillo, “modernità” diventa scudo. E ciò che appare finisce per sembrare inevitabile.

Il movimento è repentino e trascina giusto il tempo della durata del suo giro. Quando la foga si placa, si sente solo un turbinio lontano mentre sulla superficie resta solo ciò che ha radice, profondità. Una presenza che non si lascia scalfire dal susseguirsi veloce di gesti, talvolta ostentati e consegnati con estrema facilità alla scena pubblica: un luogo prediletto per ergersi a norma. Consuetudine, simbolo identitario, dichiarazione culturale. Quanto accade è il segno evidente di una fragilità profonda che vive l’umanità: la mancanza di un’appartenenza vera.

L’uomo non può vivere senza appartenenza. Ha bisogno di sapere da dove viene, a chi appartiene, quale sia il fondamento che lo precede. Quando questa appartenenza originaria si oscura, l’identità diventa un compito da costruire continuamente. E ciò che è più visibile, più celebrato, più ripetuto finisce per offrire criteri di orientamento. Non è il singolo episodio mediatico a generare la deriva. È il fatto che esso venga assunto come segno di avanzamento, come misura culturale, come parametro di normalità. In assenza di un fondamento stabile, ciò che appare diventa ciò che guida.

Senza un’appartenenza che preceda le nostre scelte, siamo esposti. Non scegliamo davvero: reagiamo. Non discerniamo: seguiamo un flusso momentaneo. L’identità si modella sul consenso, e il consenso cambia con la velocità dello sguardo collettivo. Ma la storia insegna che ciò che è saldo non ha bisogno di imporsi, di affermarsi per esposizione, né di conquistare per consenso. Non necessita di palcoscenici, di riflettori, di applausi, di ripetizione per esistere. Risponde a una logica diversa, lontana dall’approvazione, dalla seduzione e dagli sbrilluccichi dell’appariscenza.

È un’immagine racchiusa in una scena storica ben precisa: la scena del Crocifisso. Lì non c’è esibizione. Non c’è ricerca di approvazione. Non c’è costruzione di consenso. C’è un’appartenenza vissuta fino in fondo: il Figlio che appartiene pienamente al Padre e, proprio per questo, consegna sé stesso per la vita di ogni altro uomo.

Sulla Croce non nasce un gesto da rilanciare, ma una radice in cui dimorare. Non un simbolo da agitare, ma una verità da accogliere. È lì che l’uomo scopre di non dover inventare continuamente la propria identità, perché prima ancora di scegliere appartiene. Appartiene a Dio. E qui trova fondamento. È un’appartenenza che non ha bisogno di palcoscenici per essere reale. Non dipende dagli applausi. Non si rafforza nella visibilità. Regge nel silenzio, attraversa il tempo, non teme il mutare delle stagioni culturali.

Ogni epoca continuerà ad avere i suoi mulinelli. Ogni generazione i suoi segni da esibire. Ma ciò che non è radicato finisce per consumarsi nella velocità con cui è stato innalzato. Se l’uomo non riconosce più la propria appartenenza a Dio, cercherà altrove un’identità da assumere. E sarà inevitabilmente più fragile, più esposta, più influenzabile. Il giro di mulinello continuerà ad affascinare e illudere, senza mai mettere radice. La Croce, invece, affonda. Rivela un’appartenenza che precede ogni costruzione culturale. Invita a dimorare. A noi la scelta di lasciarci definire da ciò che passa o restare e resistere anche quando il rumore si spegne e nessuno guarda. Stat Crux, dum volvitur orbis.

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