Quando mia mamma era ricoverata all’Ospedale di Sant’Elpidio a Mare, negli ultimi mesi della sua vita, tutti i giorni facevo Ancona -Sant’Elpidio a Mare. Sembrava che l’auto andasse da sola. Ad una certa ora dovevo lasciare mamma e quello era il momento più brutto. Ripartivo con il timore che uno dei miei fratelli mi chiamasse al telefono per darmi la brutta notizia. E, qualche volta, appena arrivato in Ancona, sono dovuto tornare indietro. Non volevo che mamma morisse senza di me. E ci sono stati momenti in cui, nel vederla soffrire, ho pregato perchè lasciasse questa terra. Non poteva neanche mangiare. Pochi sanno cos’è la tracheostomia. Ci tenevamo per mano per ore ed io ho sempre pensato che lei capisse quello che le dicevo anche in quei pochi momenti in cui riusciva a dormire. Ho avuto dalla Provvidenza il dono di un amico medico che si è occupato di lei. Un angelo che anche la domenica faceva il giro dei malati e passava a trovarla. Non gli sarò mai grato abbastanza.
Quando mi disse che la sua ora era ormai arrivata, chiamai don Aldo Buonaiuto che venne subito da Fabriano e ci sedemmo accanto a lei. Don Aldo le impartì l’unzione degli infermi (quella che una volta si chiamava “estrema unzione”) dicemmo il Santo Rosario, un Padre Nostro ed una Salve Regina. Mamma muoveva lentamente la bocca come se stesse pregando con noi. All’Amen della Salve Regina reclinò la testa e morì. Nel momento in cui l’ho vista lasciare questo mondo ho provato un dolore fisico fortissimo, come una pugnalata. Un dolore che negli anni si è solo mitigato ma che non mi abbandona quando guardo una sua foto o parlo di lei. Ringrazio Dio per averle potuto essere accanto fino all’ultimo.
Ho letto delle due gemelle Ellen e Alice Kessler che tutti abbiamo ammirato per la loro bellezza ed ho provato tanta sofferenza per la loro morte. Ho pensato che la fede è veramente un dono e mi chiedo cosa ho fatto io più di altri per averlo ricevuto, questo dono. Ma io credo che tutte le persone buone vanno in Paradiso e sono convinto che l’Amore di Dio ci salverà, tutti. Come può un padre condannare un figlio? Anche se un figlio si comporta male tu lo perdoni, sempre. Nella teologia attuale, soprattutto dopo Benedetto XVI e Papa Francesco, la condanna non è vista come una “pena inflitta da Dio”, ma come la scelta dell’uomo di rifiutare l’amore quando l’amore gli si offre. Dio non condanna: è l’uomo che sceglie di allontanarsi. E Dio rispetta la libertà fino all’estremo. Come direbbe Sant’Agostino: “La stessa giustizia di Dio è amore”. Ma un padre non può voler perdere un figlio. Quale padre – umano, fragile, limitato – sceglierebbe di condannare un figlio all’eterna infelicità? Nessuno. Dio, che è più padre di ogni padre, non ti condanna: ti insegue. Ti cerca. Ti aspetta. Ti perdona prima ancora che tu glielo chieda.
La giustizia di Dio non è la giustizia degli uomini. Per noi giustizia significa “dare a ciascuno il suo”. Per Dio significa dare a ciascuno ciò di cui ha bisogno per salvarsi. E ciò di cui abbiamo bisogno è misericordia, non castigo. La sola condanna possibile è il rifiuto dell’abbraccio. Dio non manda nessuno all’inferno: è l’inferno che nasce quando l’uomo rifiuta Dio. Quando chiude la porta. Quando dice “non voglio essere amato”. Ma anche lì – dice Papa Francesco – “la misericordia continua a bussare”. E anche quando noi non crediamo più in noi stessi, Lui continua a crederci. Io credo che Alice ed Ellen abbiano trovato in Paradiso quella pace che non hanno potuto avere in questa terra.

