La cattedra della Croce: il linguaggio eterno di un amore che si dona

Foto di Grant Whitty su Unsplash

Ci sono parole che trovano fondamento e radice nella storia: sono testimonianza vivente di una vita vera. Attraversano i secoli sprigionando una verità così profonda da incantare chi sa ascoltare. Sono parole imbevute nel campo semantico dell’amore vero che diventa sigillo, di generazione in generazione, nei cuori che ne riconoscono il suono.

Nel sacrificio di un racconto che ha attraversato la storia sino in fondo, evitando deviazioni, si eleva la forza di un messaggio che ha acquisito il vigore, la potenza di una cattedra fondata su una parola incarnata. Una parola divenuta una dottrina fondante grazie a sillabe impregnate dal pieno sacrificio di sé, che ha interrogato le menti più brillanti dell’arte, della storia, della letteratura, abbracciando ogni ambito del sapere e sbalordendo anche le coscienze più incredule.

Non presenta intaccature, tarli generati dalla polvere del tempo, né graffi provocati dallo smarrimento. È una parola che si mantiene integra da secoli e secoli e continua a fare breccia nei cuori che ne riconoscono la radice del selciato. Un selciato che trova basamento nell’incipit di un racconto: è impresso nel sudario della Croce che riporta i motivi di una condanna che ha dato origine al calvario: espressione di un luogo di crudeltà che si è riversata brutalmente su un corpo martoriato, sputato, denigrato, torturato.

Eppure, è proprio in quel luogo di estrema sofferenza, che Gesù il Nazareno ha completato un capolavoro di ascolto minuzioso, di amore oltre il pensabile umano, di abnegazione di sé, di umiliazione, di sacrificio estremo in nome di un bene supremo. Da quel luogo, sul quale in tanti prima di lui hanno trovato la morte, il Nazareno è riuscito a far parlare di sé. Non lo ha fatto dai luoghi più prestigiosi della terra, ma attraverso le singole componenti di un corpo che non ha risparmiato nulla di sé, mantenendo fede alla sacralità di una precisa chiamata che ha trasformato la sofferenza in dono universale.

La cattedra della Croce è diventata fonte e principio di insegnamento. Non un’eco lontana, come vorrebbero in tanti, ma un grido che squarcia il silenzio della nostra attualità segnata da un’epoca in cui la sacralità del corpo sembra essersi smarrita tra le pieghe di una violenza che non risparmia nessuno – dagli stupri che lacerano l’anima, agli omicidi che spezzano la vita.

Oggi più che mai, il corpo ha bisogno di ritrovare la sua dignità divina. Necessita di essere guardato, vissuto, non come un oggetto da usare o da scartare quando diventa fragile, ma come il luogo in cui Dio stesso ha scelto di abitare. Un luogo sacro.

In questo tempo di silenzio che ci accompagna fino alla Pasqua, lasciamo che le piaghe di un corpo santissimo continuino a insegnare e a parlare al nostro cuore di un amore che si è fatto feritoia, mai muro. Lasciamo che i nostri occhi sostino dinanzi a quella carne ferita, non come un esercizio di pietismo, ma come un atto spirituale rivoluzionario che ci consente di riprenderci il vero significato della vita.

Un significato che possiamo ritrovare solo nei contorni del volto di Cristo: narrano il dono totale di sé capace di restituire all’uomo la sua vera immagine. È riflessa in quel Dio che, per amore, si è fatto carne.

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