Il 15 luglio si celebra la Giornata Mondiale delle Competenze dei Giovani, un’occasione che interpella profondamente la società, le istituzioni e ciascuno di noi sul ruolo delle nuove generazioni. Il tema scelto per il 2025 è “L’empowerment delle competenze giovanili attraverso l’intelligenza artificiale e il digitale”.
Viviamo immersi in una rivoluzione digitale che, se da un lato apre scenari straordinari e impensabili anche solo poco tempo fa, dall’altro rischia di impoverire il pensiero critico, la creatività, l’autonomia e la dimensione etica dei e nei giovani. Galimberti ci ricorda come la tecnica abbia preso il posto della tradizione e del senso, producendo un vuoto che i giovani colmano con la velocità, ma non con il significato. L’intelligenza artificiale, dunque, non deve essere un surrogato del pensiero, ma uno strumento al servizio dell’umano, uno strumento e non la soluzione!
A mio modo di vedere, l’intelligenza artificiale può potenziare le competenze, ma solo un’intelligenza emotiva e relazionale può orientarle verso il bene comune. Le competenze digitali, per essere davvero tali, devono integrarsi con la capacità di scegliere, di riflettere, di inserirsi nella storia con responsabilità. Ecco perchè l’AI è il mezzo, non il fine.
Recalcati ci ricorda che “la libertà non è fare tutto, ma scegliere cosa vale davvero”. Se il giovane non è accompagnato a dare un senso alle proprie azioni, finirà per usare strumenti sofisticati in modo meccanico, scollegato da ogni valore. Bisogna, invece, educare i giovani alla responsabilità del desiderio, alla disciplina interiore che permette di discernere ciò che costruisce da ciò che illude.
Sono fortemente convinto del fatto che non si tratta, quindi, solo di trasferire competenze, ma di coltivare persone. In questo senso, l’empowerment non è solo una questione di abilità, ma di identità. Il termine “Empowerment” trova il suo significato nell’aiutare il giovane a scoprire la propria forza interna, a fare pace con la propria storia e a credere che il futuro non è qualcosa che si subisce, ma che si costruisce, passo dopo passo.
L’educazione digitale dovrebbe seguire una logica personalistica, in cui la crescita tecnica non oscura quella affettiva, etica, relazionale. Serve una pedagogia del significato, che restituisca dignità al tempo, alla fatica, all’errore. È nella perseveranza, nel fallimento trasformato in apprendimento, che si formano le personalità solide.
In un tempo dominato dalla prestazione, è urgente ricordare – come faceva Don Bosco – che “educare è cosa di cuore”. Non basta connettere cervelli, serve accendere anime. L’intelligenza artificiale non potrà mai sostituire la relazione viva con un adulto significativo, con un educatore che guarda oltre il rendimento e sa chiamare per nome i talenti nascosti. È nell’incontro da persona e persona che si può realizzare quel grande insegnamento salesiano per cui il giovane non solo deve essere amato ma deve sentire di essere amato. Solo nello scambio umano avviene quel “quid” alto che si sposa con l’affinità, l’intimità e la profondità dell’essere (in) relazione.
È anche importante asserire che l’uso etico dell’intelligenza artificiale richiede scienza e coscienza: due parole che non sono in opposizione, ma che devono camminare insieme. Frankl sostiene che l’uomo è capace di affrontare qualunque cosa, se ha un perché per cui vivere. E oggi più che mai, i giovani hanno bisogno di perché forti, di adulti che sappiano trasmettere senso, fiducia, orizzonti. Il futuro non è scritto e non può essere scritto all’interno di algoritmi freddi e sterili, ma nella capacità umana di scegliere, di sentire, di incontrare, di creare nell’interazione de visu.
La vera competenza non è solo saper fare, ma sapere chi si è e dove si vuole andare. E in questo, la tecnologia può essere alleata, purché resti al servizio della dignità della persona. L’uomo non deve essere né alla ricerca del piacere né del potere, ma del significato! Se la tecnica si svincola dall’etica, si smarrisce il senso stesso del progresso.
Nessuno schermo potrà mai sostituire la bellezza dell’incontro che dona senso al nostro vivere. Non è poesia. Si chiama vita, quella vera, che i giovani di oggi ricercano. Ma non sempre sappiamo vederlo, ciechi e a volte troppo offuscati da ciò che luccica ma non da ciò che in loro vuole splendere.
L’uomo è, dunque, in cerca costante di un significato per cui esistere che spalanchi le porte del benessere e di momenti di felicità. E il senso non lo si trova in un pc, in un tablet o nell’AI, ma esso abita dentro noi e dentro il “noi”. Lo troviamo nel cuore dell’esistenza.

