MERCOLEDÌ 09 GENNAIO 2019, 00:01, IN TERRIS

Il sindaco Guido Castelli ai colleghi: "Basta ideologie, per un'Anci unita"

Lettera aperta del primo cittadino di Ascoli Piceno ai sindaci contrari al decreto Sicurezza

GUIDO CASTELLI
Guido Castelli, sindaco di Ascoli Piceno
Guido Castelli, sindaco di Ascoli Piceno
C

aro Orlando, caro De Magistris, cari colleghi sindaci che avete annunciato di non voler applicare una legge dello Stato - la numero 132/2018, con cui è stato convertito in via definitiva il decreto-legge 113/2018 – mi voglio rivolgere a voi perché temo che la politica possa farci prendere la mano. Il cosiddetto “decreto Salvini”, ora legge dello Stato, ha segnato un dibattito forte nel Parlamento e nel Paese, come ogni provvedimento che riguarda i temi della sicurezza e dell’immigrazione. C’è chi vorrebbe un’Anci (Associazione Nazionale Comuni d’Italia) spaccata? Io no. C’è chi vuole i Comuni più deboli? Forse. In verità negli ultimi anni sono stati già indeboliti da uno Stato centrale che ha afflitto l’autonomia dei nostri territori con tagli devastanti e con limitazioni normative senza precedenti. Non vorrei che altre occasioni si aggiungessero a questo attacco al ruolo essenziale delle autonomie locali.

L’iniziativa dei “sindaci disobbedienti” – come qualcuno ha voluto etichettarli – credo che rischi di innescare questa deriva. In questo senso con alcuni amici sindaci (in realtà più di 400, tra cui 4 capoluoghi di regione e una trentina di capoluoghi di provincia) abbiamo rivolto un appello al Presidente dell’Anci, in vista di una importante riunione del direttivo che si terrà giovedì 10 gennaio. Il tema del decreto Salvini e della sua doverosa applicazione, credo che debba essere oggetto di dibattito serio e aperto nelle sedi dell’Anci. Un dibattito che deve riguardare le regole introdotte in concreto dal decreto e non i principi e le visioni del mondo. L’Associazione Nazionale dei Comuni d’Italia ha il dovere di sviluppare alla luce del sole – e senza il contagio ideologico – un confronto che coinvolga i massimi organi statutari, con sagacia e prudenza, prima che le isterie di parte o di partito oscurino il cielo di un associazione che, per definizione, racchiude soggetti diversi e diversamente orientati sotto il profilo politico e partitico.

Io continuo a pensare che sottrarsi alla legge in nome di presunte ragioni umanitarie sarebbe come dichiarare la fine dello Stato di diritto. La fine della democrazia. La fine della convivenza politica e il ritorno feroce delle ideologie, di cui avevamo celebrato la morte, più volte, almeno dal crollo del muro di Berlino. C’è chi ha detto che “le ideologie sono la maschera con cui si fa la politica, per celarne le asprezze e inseguire il consenso”: sicurezza e immigrazione, non da oggi, sono temi su cui la politica non può sottrarsi alle asprezze e non può rifugiarsi nelle ideologie. Tantomeno se a farlo sono i Sindaci, le Istituzioni più vicine ai cittadini e alle comunità territoriali. I Sindaci non sono giudici, non sono legislatori, sono amministratori pubblici, parti integranti del corpo dello Stato. La deriva anti-istituzionale non può e non deve contagiarci. Ma non si tratta solo di un problema di metodo e di forma – benché in politica la forma sia sostanza – c’è una questione sostanziale che viene trascurata da questo riaccendersi dei toni sul tema dell’immigrazione e dei connessi problemi della sicurezza.

Il “permesso di soggiorno per motivi umanitari” (permesso umanitario), fortemente ristretto dal decreto Salvini, è stato introdotto nella nostra legislazione solo nel 2015, durante il Governo Renzi. Ed è stato un modo per aggirare l’impianto originario dello Sprar (Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati, legge 189/2002) che dal 2001 proponeva ai Comuni che avessero voluto adottarlo – non è mai stato un obbligo – alcuni strumenti per favorire l’integrazione degli immigrati che in Italia fossero già stati riconosciuti come meritevoli di protezione internazionale, o fossero minori, o già titolari di permesso di soggiorno. Non solo, le regole dello Sprar erano state pensate per fare dei Comuni dei facilitatori dell’integrazione, in un periodo antecedente all’esplosione della crisi libica del 2011, quando ancora l’immigrazione economica era regolata dai decreti flussi, e gli sbarchi rappresentavano una eccezione riconoscibile e quindi gestibile. In sostanza nel 2015 lo Sprar – con le maglie allargate dal nuovo permesso umanitario - ha “cambiato pelle” ed è diventato un sistema che ha bypassato ogni criterio di selezione dell’immigrazione. E in questo modo ha coinvolto i Comuni nelle attività di prima accoglienza più che in quelle di integrazione sociale ed economica di quanti si sono visti riconoscere il proprio diritto di restare in Italia. La spinta del cosiddetto “partito dell’accoglienza” aveva determinato una legislazione opinabile allora, come ogni norma di legge, ma di fronte alla quale nessuno ebbe mai la volontà di sottrarsi, in nome di una malintesa obiezione civile, o peggio disobbedienza istituzionale.

Per quanto mi riguarda, resto convinto che sia stata, se non criminogena, certamente fallimentare la politica di un’accoglienza illimitata favorita da quei Governi a trazione Pd che hanno rinunciato a governare il fenomeno riconoscendone implicitamente l’ineluttabilità. Il Decreto Sicurezza chiude definitivamente questa stagione cambiando completamente l'approccio alla gestione del problema è valorizzando un modello di riferimento avviato nel 2000 da un accordo tra Ministero degli Interni, Anci e UNHCR è destinato alla “seconda accoglienza” per tutti coloro cui è riconosciuta la protezione internazionale ai sensi della convenzione di Ginevra secondo quando previsto dall’art.32 sexies della legge 189/02 “Bossi-Fini” In Italia d'ora in avanti si accoglie solo ed esclusivamente chi ha diritto e chi rispetta le regole, senza aprire le porte indiscriminatamente, così come avviene negli altri paesi europei che peraltro ci hanno completamente lasciati soli nella gestione del  fenomeno. Tutto è migliorabile e, da questo punto di vista, il Decreto Sicurezza non può fare eccezione. Un conto è migliorare, altro strumentalizzare per ragioni che poco o punto hanno a che vedere con quell’approccio pragmatico e orientato al buon senso che costituisce il tratto distintivo della funzione del Sindaco.

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