Prima ancora di essere pronunciata dall’uomo, la Parola era in Dio. Prima di diventare suono, racconto, invocazione, giudizio o consolazione, abitava il mistero della Trinità. Era già lì, nel principio, quando ancora nessuna voce umana aveva attraversato il silenzio della creazione e nessuna bocca aveva imparato a dare un nome alle cose. «In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio».
Le parole dell’evangelista Giovanni ci conducono dentro questo mistero, fino alla sorgente dalla quale ogni cosa proviene. Il Verbo era presso Dio, era Dio, e attraverso di Lui ogni cosa è stata fatta. Quando Dio parla, infatti, la Sua Parola non si limita a raccontare ciò che esiste: lo chiama all’esistenza. «Sia la luce», ed essa fu. Una Parola che irrompe nel nulla, attraversa il caos, separa le tenebre dalla luce e apre uno spazio alla vita. È una Parola che compie ciò che dice. Ed è proprio dinanzi a questo mistero che la parola dell’uomo acquista una luce diversa.
Non perché le parole pronunciate dalla creatura possano essere assimilate al Verbo eterno, né perché l’uomo possa partecipare della potenza creatrice che appartiene a Dio. La distanza tra il Creatore e la creatura rimane infinita, ma l’essere umano, fatto a immagine e somiglianza di Dio, porta un riflesso di quella origine e riceve il dono della parola da custodire fedelmente.
Nella facoltà di parlare può così risuonare un’eco con la quale Dio si manifesta al mondo. Questa eco rende la parola umana grande e terribilmente responsabile verso Dio e verso gli uomini. Attraverso di essa può edificare o distruggere, custodire o profanare, dare vita o ferire. Può custodire una verità oppure deformarla.
Dobbiamo interrogarci. Nell’orizzonte contemporaneo abbiamo moltiplicato le parole fino a renderle quasi onnipresenti. Corrono, si rincorrono, vengono rilanciate, deformate, consumate nello spazio di poche ore. Nascono già destinate a diventare titoli, commenti, contrapposizioni. Non sembrano più avere bisogno di sedimentare, perché devono immediatamente produrre un effetto. Ogni giorno assistiamo a discorsi pubblici che rischiano di trasformarsi in sterili palcoscenici, con parole chiamate soprattutto a catturare lo sguardo. Ogni vicenda diventa un sipario. Una dichiarazione si carica di battute. La cronaca rischia così di allontanarsi dalle regole del giornalismo e scivolare nel sentimentalismo. È una condizione che riguarda non solo le dinamiche nazionali, dove riflessioni sensibili sull’educazione o sui costumi vengono frammentate in slogan istantanei prima ancora che i fatti assumano una forma compiuta, ma anche lo scenario internazionale, dominato da continui siparietti capaci di trasformare il confronto istituzionale in un formato di intrattenimento permanente.
Quando la parola si riduce a spettacolo, perde forza e verità e dimentica la responsabilità morale che riveste. È alla luce di questa responsabilità che anche la cronaca recente ci interpella.
Di fronte alla prematura scomparsa di una giovane vita, il cui dramma ha investito la cronaca dei giorni scorsi, dovremmo chiederci, in un sussulto di coscienza, quale sia il senso profondo nel far circolare, proprio nelle ore dello strazio, i filmati privati di un ragazzo che cercava faticosamente una via di riabilitazione per superare la dipendenza.
Quale verità aggiunge alla morte l’esposizione della fragilità? Quale bene può nascere dalla riapertura pubblica di una ferita che apparteneva alla dimensione più intima di una famiglia? La sofferenza non è uno spettacolo. La fragilità di una persona non è un patrimonio da consegnare alla curiosità collettiva. Sono domande che dovrebbero precedere ogni parola e ogni decisione di diffonderla.
La Scrittura ci offre una riflessione sapienziale su questa brama di riempire ogni spazio: «Hai udito una parola? Muoia con te! Sta’ sicuro, non ti farà scoppiare» (Siracide 19, 10).
Una parola può essere trattenuta. Può non diventare racconto, non attraversare altre bocche. Può essere custodita nel silenzio. È una sapienza che sembra andare controcorrente rispetto a un tempo nel quale tutto deve essere condiviso, commentato, mostrato. Proprio qui si rivela la grandezza del silenzio: non come negazione della parola, ma come sua custodia.
Ci sono parole che devono essere taciute per non ferire, compromettere, intaccare la dignità altrui. Il discernimento consiste nel riconoscerle. La domanda che dovremmo porci davanti a ogni parola, privata o pubblica, è: che cosa vogliamo produrre attraverso ciò che diciamo? Frutti di vita o di morte?
Se vogliamo edificare e custodire l’altro dobbiamo avere l’umiltà di ritornare alla Sorgente di ogni vita, a quel Principio, al Verbo, da cui tutto deriva. Qui la parola può ritrovare la sua misura autentica: esprimersi solo per il più grande bene dell’altro. In questa disposizione d’animo, essa ritrova il suo respiro più nobile e smette di essere uno strumento per occupare il mondo. Diventa una via per prendersene cura.

