Ogni anno, il 10 ottobre, il mondo ricorda ciò che spesso dimentica per tutto il resto dell’anno: la salute mentale. Non è solo un tema clinico, né un argomento riservato agli “addetti ai lavori”. È una questione profondamente umana, perché riguarda il modo in cui ciascuno di noi abita se stesso, attraversa la vita, entra in relazione, dà senso alle sue esperienze.
La salute mentale non è l’assenza di sintomi, ma la presenza di senso. Viktor Frankl ci ha insegnato che l’uomo non si realizza nel benessere, ma nel significato: anche la sofferenza, se trova un senso, può diventare via di crescita. È in questa prospettiva che la salute mentale si riconnette alla dimensione più profonda della persona, dove psiche e spirito si incontrano, e dove la cura diventa prima di tutto un atto di umanità.
In una società che corre, che produce, che misura tutto in termini di efficienza, parlare di salute mentale significa parlare di limiti, vulnerabilità, relazioni. Ogni persona è chiamata, in modi diversi, a prendersi cura di sé e dell’altro. Il benessere psicologico non è un privilegio individuale, ma un compito collettivo: riguarda le famiglie, le scuole, i luoghi di lavoro, le istituzioni. Ogni contesto che accoglie, ascolta e riconosce la persona nella sua interezza contribuisce alla costruzione di una cultura della salute mentale.
Come psicoterapeuti, sappiamo che non esiste cura senza incontro. Al principio di tutto c’è la relazione umana. Sono convinto del fatto che la sofferenza psichica non si supera con una tecnica, ma con una presenza: uno sguardo che non giudica, una parola che restituisce dignità, una relazione che offre spazio e tempo per ritrovarsi. L’Analisi Transazionale ci ricorda che ogni persona nasce con un “Okness” di fondo, una dignità originaria che può essere ferita ma mai cancellata, la convinzione che ogni persona abbia valore e sia degna di rispetto indipendentemente da limiti ed errori. Il lavoro terapeutico, e più in generale ogni relazione d’aiuto, è un percorso di riscoperta di quella parte sana, vitale e capace di scegliere.
Occuparsi di salute mentale oggi significa anche opporsi a una cultura che tende a ridurre la persona alla sua performance, o la mente al suo disturbo. La psicologia, se resta fedele alla sua vocazione più profonda, non si limita a “curare” ma educa al senso, ricostruisce legami, aiuta a vivere. È un atto etico, perché riguarda la libertà e la dignità dell’essere umano. È un atto valoriale, perché afferma che ogni persona vale più del suo dolore. È altro e oltre il suo dolore.
Ogni volta che accompagniamo qualcuno a riappropriarsi del proprio desiderio di vivere, celebriamo davvero la salute mentale. Non quella perfetta, ideale, ma quella possibile: la salute mentale che nasce quando la persona torna a sentirsi soggetto della propria storia, capace di scegliere, di amare, di sperare.
La giornata mondiale della salute mentale ci invita a ricordare che la cura non appartiene solo agli psicologi, ma ad ogni uomo che incontra un altro uomo con rispetto e compassione. Perché in fondo, prendersi cura della mente è prendersi cura dell’anima dell’uomo, di quella dimensione interiore che fa di noi esseri umani, liberi, fragili e irripetibili.
Mentre scrivo mi vengono in mente tante scene ma una risuona in maniera particolare… Giorni fa un paziente, considerato tra i più “problematici” e “patologici” perchè “anaffettivo” e “asocial”, entra in seduta con un sacchetto tenuto stretto e chiuso. Lo apro e trovo all’interno un caffè, guardo Claudio (nome fittizio per la pivacy) e lo ringrazio ma lui mi ferma e mi dice: “Non ci vedo nulla di speciale, è un gesto che dovremmo fare noi tutti essere umani ogni tanto tra noi, sbaglio?”. In questi momenti, magari banali e “scontati” per qualcuno, a mio parere si accende la fiaccola del “possibile”, la dimensione dello squarcio di umano che supera le logiche pregiudiziali e incontra l’umano in profondità. A volte un caffè spiana la strada per l’incontro con le proprie emozioni e si apre una via percorribile di significato per la salute di una persona.
La salute mentale riguarda tutti noi. Abbandoniamo la superiorità con la quale guardiamo ad essa. Entriamo in contatto con l’altro da sé e troveremo la bellezza della vita e della relazione da persona a persona.
La salute mentale, in fondo, è un’educazione del cuore alla speranza, alla resilienza, alla vita, quella in cui l’altro è considerato, nell’oltre di qualsiasi diagnosi, un “oggetto” d’amore da incontrare e custodire.
Il senso dell’attenzione alla salute mentale è tutto qui secondo me: imparare ad amare anche le nostre cicatrici ricordandoci che sono una parte di noi che, insieme al tutto, ci rendono unici e profondamente umani.

