Benedetto Giuseppe Labre (1748-1783) nacque ad Amettes un piccolo comune nella regione dell’Alta Francia, egli era il primo di quindici figli. Il periodo in cui visse Labre fu caratterizzato da profondi cambiamenti: il XVIII secolo, è il secolo dell’Illuminismo, un movimento culturale e filosofico che promuoveva la ragione, la scienza e la critica delle tradizioni religiose. Pensatori come François Voltaire (1694-1778) Denis Diderot (1713-1784) e Jean Jacque Rousseau (1712-1778) mettevano in discussione il ruolo della Chiesa e delle istituzioni religiose nella società.
Proprio la Chiesa cercava di reagire alle varie critiche che provenivano dall’Illuminismo e allo stesso tempo voleva al suo interno riformarsi, ma non rinunciava a conservare le strutture tradizionali. In questo clima, la figura di Labre sembrava andare contro corrente, infatti mentre molti intellettuali si allontanavano dalla religione, lui incarnava una fede estrema, vissuta nel silenzio e nella rinuncia totale ai beni materiali.
A sedici anni maura l’idea di voler diventare monaco, ma i vari ordini religiosi, quali i Certosini e i Trappisti, lo ritennero non adatto ad una vita claustrale. Nell’Europa pre-rivoluzionaria si registravano ancora forti disuguaglianze sociali. La povertà era diffusa e i sistemi di assistenza erano limitati o legati alle istituzioni religiose.
In questo contesto, i mendicanti e i pellegrini erano una presenza comune, nei paesi, nelle città e lungo le strade, e in un’epoca, potremmo aggiungere particolare, che esaltava la soprattutto la ragione e il progresso, Labre proponeva una via e uno stile di vita opposta: l’abbandono totale alla fede e alla provvidenza.
Egli decise di vivere come pellegrino mendicante, attraversando l’Europa senza dimora stabile, dedicando la sua vita alla preghiera, alla povertà radicale e al pellegrinaggio continuo verso i principali santuari della cristianità, per questo divenne famoso come il “vagabondo di Dio”.
I suoi pellegrinaggi lo conducevano verso Roma, Loreto, Assisi e altri luoghi di culto, ormai aveva scelto di vivere senza possedere nulla. Labre non fu un semplice povero tra i tanti: scelse volontariamente questa condizione come forma di devozione religiosa, così la sua spiritualità può far parte della corrente mistica e della devozione a carattere personale, che si inseriva in silenzio e semplicità, accanto alla religione più istituzionale.
Dorme nei ruderi, sotto i portici, negli angoli delle chiese, il suo abbigliamento è fatto di stracci, mangia quello che gli danno, quando glielo danno. Lo gente lo chiama “il santo dei cenci”, recita il rosario tutto il giorno, passa ore in ginocchio davanti al Santissimo.
Roma diventerà il centro della sua vita spirituale, dove nel 1770 arrivò per la prima volta, e vi rimase fino al 1777, rifugiandosi sotto un’arcata del Colosseo, successivamente si stabilì, vicino un ospizio per vagabondi, nei pressi della chiesa di S. Martino ai Monti. Soleva ripetere spesso: “Ho bisogno di Dio e Dio ha bisogno di me, per far vedere che si può vivere di solo lui”.
Morì il 16 aprile del 1783 a soli trentacinque anni, sui gradini di Santa Maria ai Monti, consumato dalla fame, dalla fatica e dalla penitenza. La sua vita ha rappresentato quell’ideale di “povertà assoluta”, imitando Gesù Cristo pellegrino, e quel vivere tra i poveri e i senzatetto lo rende anche una figura simbolica della marginalità sociale del suo tempo, pur trasformandola in scelta spirituale.
Apparentemente può sembrare tutta la vita di Labre, un qualcosa fuori dal tempo, invece riflette le continue tensioni profonde del XVIII secolo: tra la fede e la ragione, tra la ricchezza e la povertà. Benedetto Giuseppe Labre, fu beatificato nel 1860 da Pio IX (1846-1878) e sarà Leone XIII (1878-1903) a proclamarlo santo l’8 dicembre del 1881.

