Il rispetto come fondamento relazionale di identità, educazione e legami sociali

Foto di David Clode su Unsplash

Il rispetto è una forma di riconoscimento dell’altro nella sua alterità e interezza. Non origina mai dalla paura, né dipende dalle gerarchie, nasce infatti dal buon incontro tra persone che si identificano a vicenda come portatori di valori positivi e condivisibili.

In senso positivo, il rispetto implica sintonizzarsi affettivamente, ascoltare l’altro, pensarsi reciprocamente e stabilire dei confini psichici e comportamentali. Il rispetto è quindi una postura relazionale che consente la convivenza civile e la crescita, che non ha niente a che vedere con l’obbedienza cieca o il timore che blocca la mente e spegne le emozioni.

La psicoanalista Jessica Benjamin ha contribuito in modo importante a definire il concetto sottolineando che la soggettività non si realizza in opposizione a qualcosa o qualcuno, ma attraverso la capacità di riconoscere l’altro come individuo autonomo, desiderante e con intenzionalità propria. Il rispetto autentico, quindi, è il frutto di una dinamica relazionale tra due o più persone, che si confrontano con sincerità e intenzione di comprendersi.

È importante conoscere le forme di rispetto “distorte”, basate su narcisismo patologico, uso protervo del potere e paura. Basta riflettere sulla frase “portare rispetto”, quanto può essere dannosa per bambini e adolescenti se usata dagli adulti in modo autoritario, impositivo, aggressivo o violento. Quest’idea di rispetto mal interpretato nasce dalla confusione tra autorevolezza e autoritarismo, spesso alimentata da modelli basati sui rapporti di forza, sulla prevaricazione e sulla volontà di affermarsi e dominare gli altri, con qualunque mezzo.

La visione negativa del rispetto è fortemente alimentata dalla presenza massiccia soprattutto nella vita dei giovani, di social media che esaltano l’apparenza, la vita facile e senza ostacoli, semplificano e banalizzano i concetti, propongono modelli valoriali falsificati veicolati da un linguaggio volgare, impoverito e svuotato di senso.

Le dinamiche narcisistiche individuali e collettive, ben descritte dallo storico e sociologo Christopher Lasch, portano a leggere ogni differenza come una minaccia da neutralizzare e a svalutare ogni fragilità o vulnerabilità. Come è stato illustrato dallo psicoanalista Otto Kernberg nei suoi studi sul narcisismo patologico, quando viene meno la capacità di riconoscere l’altro come persona con una mente autonoma e legittimata ad esistere, il viraggio verso l’intimidazione, il conformismo ossessivo e la violenza, può essere anche rapidissimo.

Molti giovani, oggi, mostrano un rapporto ambivalente con il rispetto, da un lato lo reclamano a gran voce e con forza, come un proprio diritto, dall’altro, fanno fatica a riconoscerlo agli altri, soprattutto se questo implica accettare limiti, regole o differenze. Ma questa apparente contraddizione può essere letta, in chiave psicoanalitica, sia come l’espressione di un bisogno di riconoscimento, sia di uno spazio transizionale e relazionale sicuro, dove sentirsi visti e accolti senza essere giudicati duramente o scioccamente ridicolizzati. La richiesta di rispetto è, quindi, anche una richiesta di contenimento psichico.

In un mondo iperveloce, con molti stimoli discordanti, contraddittori e frammentati, il rispetto può diventare bussola e un punto di riferimento. Per esercitarlo è necessaria un’educazione etica ed emotiva che parta dalla famiglia, coinvolga i genitori e si estenda alle agenzie educative che operando in sinergia, aiutino i giovani a trovare la propria stella polare.

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