Il messaggio universale di San Gregorio di Narek

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Con la lettera apostolica “Vidimus stellam” del 12 aprile del 2015, e durante la celebrazione dell’Eucarestia nella basilica di S. Pietro, Papa Francesco (2013-2025) ha proclamato Dottore della Chiesa, il monaco e teologo armeno San Gregorio di Narek, in occasione del centenario del genocidio del popolo armeno. Questo gesto ha avuto anche un forte significato ecumenico, rafforzando il legame tra la Chiesa Cattolica e la Chiesa Armena. San Gregorio di Narek (951–1003) è una delle figure più luminose del cristianesimo armeno e della spiritualità medievale. Monaco, poeta e teologo, è venerato come santo dalla Chiesa Apostolica Armena e dalla Chiesa Cattolica.

Egli visse nel X secolo, proprio nel periodo che il regno armeno, dopo secoli di dominazioni straniere, conobbe una fase di rinascita politica e culturale sotto la dinastia reale dei Bagratidi. Proveniva da una famiglia di ecclesiastici e ricevette una formazione teologica raffinata, infatti suo padre lo scrittore Khosrov Andzevtasi era anche arcivescovo. Gregorio perse la madre in giovane età e fu educato da suo cugino Anania Narekatsi abate del monastero di Narek, e fondatore della scuola.

Gregorio entrò giovane nel monastero di Narek, dove trascorse quasi tutta la vita in preghiera, studio e insegnamento, proprio nel momento di massimo sviluppo della vita monastica, della produzione teologica e letteraria, l’arte sacra e l’architettura. Il monastero di Narek, faceva parte della Grande Armenia, fu un importante centro intellettuale e proprio S. Gregorio ne divenne il maggiore rappresentante, all’interno vi era anche una scuola di Sacra Scrittura e di patrologia, filosofia e teologia, e proprio da questo monastero, proviene il manoscritto più antico, un Vangelo del 1069.

Sicuramente la sua opera più celebre è il “Libro delle Lamentazioni”, conosciuto anche come “Libro della Preghiera”, scritto tra il 1001 e il 1003. Si tratta di 95 preghiere poetiche di straordinaria profondità spirituale. Il testo è un dialogo intenso con Dio, nel quale l’autore esprime il senso del peccato umano la fragilità dell’uomo la fiducia nella misericordia divina e il desiderio di salvezza universale. Tutta questa grandiosa opera, è considerata un capolavoro della letteratura armena e fa parte della mistica cristiana.

Il tono del libro, come si è detto, è sempre un dialogo diretto con Dio: intenso, personale, spesso drammatico, ma attraversato da una fiducia radicale nella misericordia divina. Egli scrive: “… Io sono colpevole in tutto, e in tutto mancante. Ma Tu sei la misericordia senza misura, il perdono senza fine…”. E ancora: “… Se guardo alle mie colpe, mi smarrisco; se guardo alla Tua bontà, ritrovo speranza. La mia ferita è grande, ma più grande è la tua compassione…”. Ancora oggi, la lettura di questo libro, è molto diffusa nelle famiglie armene, spesso conservato anche come testo di preghiera domestica.

La teologia di Gregorio è profondamente cristocentrica e segnata da un forte senso della misericordia di Dio. Tutti i suoi scritti mostrano un’intensa introspezione psicologica una visione drammatica, ma speranzosa della condizione umana, un linguaggio poetico ricco di immagini bibliche. Il suo stile influenzò profondamente la spiritualità armena nei secoli successivi. Per questo motivo la Chiesa lo considera non solo santo, ma maestro universale di preghiera.

Fu sepolto a Narek presso la chiesa di Santa Sandukht e la sua tomba fu subito meta di pellegrinaggi dei fedeli che lo veneravano come santo. Il popolo armeno conservò questa memoria anche dopo la devastazione del 1571 del territorio nel quale il santo era vissuto. Negli anni 1915-16, quando si consumò il massacro del popolo armeno, il monastero e il sepolcro del santo monaco furono distrutti. La Chiesa cattolica ricorda il monaco e teologo S. Gregorio di Narek il 27 febbraio.

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