Il corpo come tempio: riscoprire la sacralità che abita ogni vita

Persona in ginocchio. Foto di Ben White su Unsplash

C’è una soglia invisibile che ci separa dal volto dell’altro. È una distanza in cui abbiamo smarrito la capacità di sostare davvero. Eppure, in questo spazio, si gioca ogni giorno la nostra umanità più profonda, quella fatta di un gesto sublime capace di ricondurci al mistero. In quello spazio diventiamo testimoni di un’opera che ci precede.

Riconoscersi non è un semplice esercizio dello sguardo, ma un accorgersi profondo. Un atto di umiltà radicale che consente di scorgere nell’altro la stessa impronta, quella di Dio. È scoprire di condividere la medesima appartenenza. L’appartenenza a un Dio che prende dimora nel corpo di ciascuno, ne fa la sua casa, il suo tempio sacro per tutto il tempo vissuto nella storia. Il corpo è un’architettura eretta con l’instancabile fatica di un Dio che lo abita ogni giorno attraverso l’esercizio costante del dono. Riconoscere la sacralità di un corpo ci rende esseri riconoscenti, grati anche alla vita, perché consapevoli che nulla ci appartiene. Neanche l’altro. Tutto è un dono gratuito di Dio.

Un figlio, un fratello, un amico, perfino uno sconosciuto è un prestito dell’infinito posto sul nostro cammino per il compimento di ciascuno. Se ne siamo consapevoli, il corpo appare come una soglia che non può essere varcata senza riverenza, una soglia che conduce a un solo gesto: l’inchino. Dinanzi la sacralità del corpo, data dalla sua stessa origine, l’altro non può far altro che sostare e inchinarsi. Non è un gesto di resa, ma l’atto supremo del riconoscimento, un movimento ispirato che precede ogni azione, ogni parola, ogni giudizio. L’inchino trasforma lo spazio tra due persone. Lo rende una liturgia d’amore: chi sa inchinarsi non può profanare, perché riconosce che ogni singola particella di vita porta in sé il peso, la bellezza e il sacrificio del Creatore.

Nel vuoto della riconoscenza, ogni cosa si erge a diritto: il possesso dell’altro, la sua vita e la sua morte. E nel diritto, nella pretesa prevalgono l’impeto e l’ira, componenti irrefrenabili e mortali, capaci di ridurre in maceria anche il corpo di un caro. L’orrore dei nostri giorni – in cui la furia omicida attraversa case, relazioni, legami familiari trasformando gesti di prossimità in distruzione – nasce dall’incapacità di riconoscere la presenza di Dio in colui che ci sta dinanzi. Profanare il corpo altrui, lasciare che un tempio si sgretoli sotto colpi d’ira o sotto il desiderio di possesso significa aver perso la lucentezza di uno sguardo che ne riconosce la sacralità e l’inviolabilità.

In un mondo che corre frenetico e pretende di stabilire persino la vita e la morte altrui, l’inchino è l’atto di chi sa rallentare. È la santità di chi si “inchioda” davanti al mistero della vita, riconoscendo che quel corpo è un territorio santo che non ci appartiene. Tornare a inchinarsi ci consente di restare umani e arginare ogni deriva che svaluta l’esistenza. A ciascuno ogni premura di trasmettere, sin dal primo gemito di vita, il significato di un’esistenza capace di onorare quella fatica divina che continua a chiamarci, ogni giorno, a un sì fedele alla vita.

Occorre cablare mente e corpo alla sorgente del sacro, trasformando il riconoscimento dell’altro in un riflesso identitario. È una fatica che merita di essere custodita: racconta l’instancabilità di un Dio che ha amato sino al dono totale di sé, facendosi carne e imprimendo nella storia l’emblema di un inchino. Non esiste esempio più vero, autentico per ritrovare, nella quotidianità, la verità che smuove ogni singolo inchino.

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