Quest’anno ricorre l’ottavo centenario dalla morte di San Francesco, avvenuta il 3 ottobre 1226 all’età di 44 anni; due anni dopo la morte fu proclamato santo da papa Gregorio IX mentre Pio XII lo ha eletto patrono d’Italia, per la sua scelta di abbandonare i privilegi della famiglia ricca in cui era nato e vivere la vita della povertà secondo gli insegnamenti di Cristo dando valore spirituale a questa condizione, tanto che Giorgio Agamben gli ha dedicato un saggio dal titolo “Altissima povertà” in cui propone l’analisi filosofica della condizione umana partendo da parametri non economici. Gli è riconosciuto anche il privilegio di aver avviato la tradizione letteraria italiana con il Cantico delle Creature, prima composizione poetica in lingua volgare.
La figura di Francesco, che non fu mai sacerdote, si staglia per il rigore delle sue convinzioni a favore della natura e della povertà che ha eletto a stile di vita propria e dei seguaci che si sono radunati nel tempo intorno a lui, tanto da formare un ordine conventuale che egli stesso volle definire di frati minori per l’opzione fondamentale del rifiuto dei beni e del potere. La regola fu concessa da Innocenzo III su richiesta dello stesso Francesco che sentiva forte il rispetto e la devozione per la gerarchia della Chiesa. Da allora i luoghi della sua vita in Assisi sono stati meta di pellegrinaggi dei fedeli affascinati dal suo pensiero e dal suo modo di vivere il Vangelo nel rispetto del Creato e lontano dai fasti del potere e della ricchezza.
Le vie che portano ad Assisi, recuperate tra i sentieri che attraversano le valli e le colline, sono accomunate nel nome di via francigena, percorse ogni anno da migliaia di persone che si avvicinano a piedi ai luoghi del santo d’Italia percorrendo centinaia di chilometri con l’ausilio del solo bastone di appoggio. Ci si chiede cosa possa affascinare così tanto da sopportare la fatica di un viaggio a piedi di diversi giorni tra le spesso impervie vie di avvicinamento, con le condizioni meteorologiche a volte non comode, in situazioni di disagio e difficoltà; la risposta è molto semplice: il cammino è un viaggio dentro se stessi, tra le ansie e le paure diradate dalla soddisfazione dell’avvicinamento alla meta, con il peso delle colpe passate cancellate dal pentimento, tra la rabbia dei mali subiti svanita dal perdono concesso, con la speranza alimentata dalla fede non solo nelle proprie forze ma nella misericordia che mai ci abbandona.
Camminare per ore sotto il sole o la pioggia, in salita come in discesa, sull’asfalto rovente o il fango delle vie sterrate, con il solo aiuto di un bastone di appoggio ed un sorso di acqua, è possibile soltanto quando si è guidati da una forte determinazione che quello è il proprio compito, scelto volontariamente ad imitazione della vita che abbiamo ricevuto, con il conforto della propria fede nell’aiuto divino che non tarda a venire, fino al momento dell’arrivo quando le fatiche si colmano della pienezza della meta. E si è soli a camminare, ciascuno secondo il proprio passo, con la persona scelta, tra lunghi tratti di silenzio, alla ricerca di un segno spesso poco riconoscibile che si è sulla strada giusta.
Quel segno, due strisce giallo e blu, su un palo, un albero o un muro, spesso sbiadito o seminascosto, ti consegna quella rassicurazione di cui senti il bisogno anche se sai di non aver sbagliato percorso, ed il tuo passo procede con maggiore determinazione perché hai superato l’ansia dell’incertezza. Una scuola di vita, ecco cos’è il cammino. Se verso Santiago sei attratto dall’avvicinamento alle uniche reliquie esistenti del tempo di Cristo, le ossa dell’apostolo Giacomo, detto il Maggiore, figlio di Zebedeo e fratello di Giovanni, note per essere state rinvenute interrate in un campo della Galizia (campusstellae) regione in cui si era recato dopo la morte di Cristo per annunciare il Vangelo ma poi rientrato in Giudea dove trovò la morte di spada ed i suoi resti vennero raccolti dai suoi seguaci e riportati in Galizia, ove vennero ritrovati ottocento anni dopo in un sacco contenente anche il cartello che ne indicava l’appartenenza, il cammino verso Assisi è un viaggio nella natura incontaminata dei sentieri dell’Umbria tra profumi della natura e silenzi interminabili, proprio come un esercizio spirituale, e senti vicino il pensiero di quei frati minori di otto secoli addietro che avevano scelto questa via di vita. Stavolta ci siamo avvalsi dei servizi di un’agenzia di trentennale esperienza di cammini che ci ha accompagnati garantendoci assistenza all’occorrenza e cena e rifugio in ogni tappa del percorso, per godere di quell’altra mirabile esperienza di condividere con altri pellegrini i momenti di riposo, non tanto per conoscersi quanto per constatare quanto siamo vicini gli uni agli altri nello spirito di condivisione.

