Il bisogno di un sapere che custodisca la vita

Foto creata con Canva

Svisceriamo storie senza tregua, come se anche la più piccola motivazione potesse restituirci senso. Consumiamo attimi, ore, giorni inseguendo l’irreparabile, soffermandoci sui “se” e sui “ma”, su ciò che avrebbe potuto essere e non è stato. Come se capire di più servisse a o potesse rimpiazzare ciò che manca. Dimentichiamo che c’è un punto oltre il quale il sapere non ripara. Un punto in cui l’analisi non cura, la spiegazione non consola, la verità non restituisce nulla.

Eppure insistiamo. Continuiamo a cercare parole, cause, responsabilità. Accumuliamo informazioni come se fossero argini contro il dolore e che invece finiscono per diventare rumore. Il sapere si dilata, perde misura, e ciò che dovrebbe illuminare finisce per esporre, ferire, consumare. Quando una storia non basta più, ne cerchiamo un’altra. La attraversiamo fino allo sfinimento, convinti che da qualche parte ci sia ancora un senso da estrapolare. Ma in questo movimento continuo perdiamo il significato giusto e vero delle cose, che ha confini precisi dettati dalla natura umana.

Senza l’uomo, il sapere perde la sua funzione più alta che chiama a una precisa responsabilità: custodire la vita, la propria e quella dell’altro. Se il sapere non rispetta i dettami dell’uomo delineati in quel primordiale ‘lampo di genio’ di Dio – che non solo lo crea a Sua immagine e somiglianza, riconoscendone la sacralità, ma lo rende compartecipe di un progetto di salvezza e di amore – è deficitario. Manca di un’opera creatrice che chiama ogni uomo, ciascuno con il suo bagaglio di responsabilità. Una responsabilità che ognuno deve incarnare, sentire come propria sapendo che ogni parola, ogni scelta, ogni silenzio ricade sempre su qualcuno, nel bene e nel male. Non è una responsabilità astratta, né delegabile: è azione, vita quotidiana.

Solo a partire da qui il sapere può ritrovare la sua giusta misura. Dare nuova linfa alle menti e orientare ogni azione nella direzione giusta: assumere la vita fino in fondo. Privati di tale consapevolezza, continueremo ad analizzare storie, scrivere regole, emanare leggi carenti del loro stesso principio regolatore: l’uomo. E, quando manca l’uomo, nulla attecchirà. Il terreno perde il suo humus. Resta sterile, arido, vuoto di vita.

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