L’altra sera la televisione di stato ha trasmesso un film americano del 1999, dal titolo Life, tradotto in Vita, del regista Ted Demme e interpretato da Eddie Murphy e Martin Lawrence; è classificato come commedia e si propone come brillante e divertente poiché narra la singolare vicenda di due ladruncoli dell’America post proibizionismo che vengono incastrati per un omicidio che non hanno commesso e finiscono all’ergastolo per salvarsi dalla pena di morte. Trascorrono sessantadue anni in un penitenziario del Mississippi, roccaforte della segregazione ed uno degli ultimi a bandire il razzismo, che echeggia nella trama del film.
Ma sono gli ultimi minuti a dare un senso a quella che altrimenti è una noiosa rappresentazione di stereotipi oramai desueti quando i due ergastolani riescono finalmente a fuggire e li vediamo, ultraottantenni, ancora insieme ad una partita di baseball ed i titoli di coda annunciano che è una storia vera e che i due uomini, Rayford Gibson e Claude Banks, così anche nel film, vivono ad Harlem.
Impensabile, è il primo pensiero che si affaccia alla mente, che questo possa essere successo; sappiamo che errori giudiziari vengono commessi da sempre e sono stati numerosi nella giovane America che doveva crescere, come cantava Bob Dylan, e si può anche comprendere ma non si riesce a giustificare; si fa un po’ più di fatica a comprendere ancora che il sistema evoluto americano non abbia creato un meccanismo di verifica degli errori giudiziari, tenendo ancora in prigione due innocenti fino agli anni Novanta del ventesimo secolo, nel mentre tronfiamente, sul finire degli anni Settanta, cancellava ogni onta dai nomi di altre due sfortunate vittime di quell’America che cresceva, Sacco e Vanzetti, senza però riabilitarli poiché gli Stati Uniti concedono la grazia ma non riconoscono i propri errori. Ma lo hanno fatto sotto la spinta della pressione mediatica che invece non si è occupata dei due ergastolani innocenti.
La vicenda mi ha scosso dal torpore in cui sono caduto negli ultimi mesi, mancando i consueti appuntamenti del giornale, poiché mi sono occupato di un lavoro editoriale in programma a fine estate nelle librerie, su un tema di grandissima attualità da due millenni: la benevolenza, un bisogno ineludibile dell’umanità. Ma il film mi ha fatto ribollire il sangue, non solo e non tanto per l’accaduto a spese di due innocenti ai quali nulla è stato concesso a ristoro della vita vissuta di cui sono stati privati, né tantomeno per il silenzio calato sulla vicenda, della quale è mancato il solito solenne clamore riservato con cura a tante inutilità. Ma per l’inesistenza di notizie, commenti, riflessioni, attenzioni sui cosiddetti media che confermano vieppiù la loro inadeguatezza a proporsi veicoli di informazioni confermandosi perfidi strumenti di potere.
Ed allora ben venga “la voce degli ultimi” che da dieci anni mi ospita su questo giornale, nato per dire ciò che in tanti tacciono, per informare davvero di ciò che accade e per dare spazio a chi non ne ha, a chi non riesce ad essere merce da vendere o, peggio, esempio di malfunzionamento di chi si assume potente e perfetto. Grazie direttore, dal profondo del cuore per tenere accesa questa luce come solo chi ti conosce sa che sai fare, per non piegarti e non spaventarti mai quando sai di essere dalla parte del giusto.
Oggi, però, l’ultimo voglio intenderlo in altro modo, non già colui che non può, non riesce o non ce la fa e l’attenzione del giornale lo fa emergere; oggi l’ultimo voglio assegnarlo come posto nella classifica mondiale dei meriti a chi, con sicura maestria e con abile sepoltura, impedisce che di questa vicenda se ne parli, perché oscura la storia dei popoli che pur tutti conoscono, perché mostra il limite inaccettabile della violenza di chi si crede potente, poiché disturba chi manovra le fila del mondo. Ma quell’ultimo oggi ci ha donato un grande continuatore della storia del mondo, che si è affacciato dalla loggia a cui tutti guardano con speranza, che ha assunto il nome del coraggio e della misura, con idee chiare, parole esplicite e disarmanti come la sua autorità, per benedire l’umanità nel segno della pace.

