Alla recente presentazione del libro Vogliamoci bene (oltre la tecnica), edito dalle Edizioni Sanpaolo – un’antologia di saggi sulla benevolenza in numerosi settori dell’attività umana – un autorevole ospite appartenente all’ordine giudiziario ha testualmente affermato che “la Giustizia non può essere benevolenza, c’è chi aspetta una risposta per un torto subito. Giustizia e pace sociale vanno insieme”. È impossibile non concordare con queste parole per dare un senso concreto alla Giustizia e puntare all’obiettivo primario del funzionamento della società degli individui. Ma lo stimolo del libro, che contiene anche un saggio sulla Giustizia di uno stimato esponente della magistratura contabile, cerca di andare oltre ponendosi e riponendosi, in un costante dialogo evolutivo, lo scopo di migliorare l’approccio ai settori qualificanti delle relazioni umane attraverso una nuova lente che comprenda entrambe le parti che si pongono in confronto; è significativo che l’accreditato autore del saggio sulla medicina parta dal rispetto del malato come prima cura della malattia. E nella legislazione – che è il terreno su cui deve muoversi la Giustizia – l’intervento dell’esperto autore della nota muove proprio dalla programmazione improntata alla soluzione dei bisogni temporali del consesso sociale, come a dire che la Giustizia, che di essa costituisce l’attuazione, deve muoversi al passo con lo sviluppo e la crescita della società.
Leggendo il libro sono notevoli gli esempi di rotta orientata da seguire e traggono la loro radice comune dal miglioramento dei rapporti tra le persone così come valorizzati dalla catechesi cristiana, matrice di riferimento della ricerca del bene. Soffre però di un arrugginito sistema invasato di luoghi comuni l’attività pure ineguagliabile degli addetti ai lavori allorquando ci si trova di fronte ad impatti concreti con l’azione malevole che produce disturbo al fluire dei rapporti: vero che Giustizia e pace sociale sono interdipendenti poiché la prima assicura la seconda e questa sostiene la prima. Ma occorre sforzarsi di intendere bene cosa siano entrambe, e questo risente del tempo in cui viviamo: Aristotele definì la Giustizia la migliore delle virtù ma aveva in mente il comportamento a cui improntare le proprie azioni e le scelte politiche da percorrere per distribuire le risorse e ripristinare gli equilibri violati.
Gli ultimi epigoni della Scuola di Francoforte hanno previsto che il presupposto per il raggiungimento della pace sociale è il riconoscimento dell’individuo nel ruolo attivo della società. Appare chiaro che Giustizia è qualcosa di più dell’applicazione delle leggi positive: gli esempi di ingiustizia provocati dall’applicazione meccanica di leggi, sovente desuete o ancora non rodate nell’impatto sociale, è devastante e l’ordine costituito non riesce a superare il circolo vizioso per espellere i propri problemi di funzionamento: l’errore giudiziario ne è sintomatico ma ciò che maggiormente preoccupa, oltre i tempi inaccettabili di risposta alla sete di giustizia, sono i meccanismi di soffocamento delle istanze di libertà che sono a fondamento della richiamata teoria del riconoscimento. La Parola è sovente illuminante: il sabato è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato (Mc 2,13) ed il Discorso della Montagna (Mt 5-7) allontana dalle logiche retributive, come già la Legge di Mosè aveva superato la legge del taglione del codice sumerico imponendo il rispetto della persona umana.
Giustizia non è applicazione della legge: è superamento della legge – in una costante azione di nomofilia – per venire incontro alle istanze condivise nella progressione dell’umanità; parole forse impegnative ma affidate ad ordini qualificati che attraverso la costante azione di verifica e confronto riducono le asperità. Nel saggio sulla Giustizia l’esperto autore scrive che la tripartizione dei poteri – proposta da Montesquieu come fondamento dell’organizzazione liberale dello stato democratico – nella nostra Costituzione è attuata conferendo alla Giustizia il privilegio dell’ordine indipendente, al pari delle categorie professionali intellettuali, che assicura il suo funzionamento senza degenerare in fenomeni sostitutivi della programmazione legislativa attraverso la giustizia distributiva che non può essere appannaggio dei singoli ma appartiene al consesso rappresentativo del popolo. Ed allora si coglie appieno lo sforzo di introdurre la benevolenza intesa non già come permissivismo o peggio ancora buonismo ma come chiave di lettura del comportamento deviato dell’individuo e della necessità di recupero, innanzi tutto in lui stesso, dell’equilibrio violato poiché la prima vittima della cattiva azione è proprio chi la compie.

