Cerchiamo nelle fotografie di un tempo momenti di tenerezza che credevamo scomparsi. Eppure, ogni immagine sembra custodire una traccia di ciò che il tempo non è riuscito a portarci via. In fondo, fotografare significa scrivere con la luce. Forse è per questo che gli esseri umani sentono il bisogno di fotografare e di conservare fotografie: perché tutti, in un modo o nell’altro, cerchiamo di trattenere la luce.
Viviamo con i piedi saldamente appoggiati alla terra, tra i limiti e le necessità della nostra condizione, ma continuiamo a tenere gli occhi rivolti verso la luce. È una tensione che ci accompagna da sempre: appartenere alla terra e, nello stesso tempo, desiderare qualcosa che la trascenda. E forse tutta la vita consiste in questo: camminare sulla terra senza smettere di cercare la luce. Sto riflettendo sempre più di frequente sul senso di paura che ho dentro di me.
Il messaggio del non aver paura è tra i più ricorrenti dell’intera Bibbia. Compare continuamente quando Dio si rivolge agli uomini: ad Abramo, a Mosè, ai profeti, a Maria e ai discepoli di Gesù. Molti biblisti osservano che il filo conduttore della Scrittura non è tanto un comando morale, quanto un invito alla fiducia: “Non temere, perché io sono con te.”
Forse è proprio questo il messaggio che attraversa tutta la Bibbia: la paura è una delle esperienze più umane, e la fede viene proposta come una risposta alla paura, non come la sua negazione. Non è un caso che la Bibbia ripeta così spesso: “Non temere”. Molte delle nostre fragilità nascono proprio dalla paura: paura di perdere, di essere abbandonati, di non essere all’altezza, di vedere messa in discussione la nostra identità o il nostro ruolo.
Quando la paura viene governata dalla ragione e dall’amore, diventa prudenza e consapevolezza. Quando invece prende il sopravvento, può trasformarsi in rabbia, possesso, controllo e persino violenza. Il vero contrario della paura non è il coraggio, ma la fiducia. Fiducia in sé stessi, negli altri e, per chi crede, in Dio. È questa fiducia che permette di riconoscere la libertà dell’altro senza viverla come una minaccia.
Forse il messaggio più attuale di quel “Non temere” è proprio questo: nessuna relazione autentica può nascere dalla paura. L’amore cresce solo dove c’è libertà, rispetto e fiducia reciproca. Sto sperimentando una certa paura del domani. Gli anni avanzano e, uno dopo l’altro, vedo partire amici e persone care. Ogni assenza lascia un vuoto e mi ricorda che anche il mio cammino ha una meta. A volte mi sorprendo a chiedere: “Signore, quando arriverà il giorno in cui aprirò quella porta? E Tu sarai lì ad aspettarmi?”.
Non so quale sia la risposta. So soltanto che questa domanda accompagna da sempre il cuore dell’uomo. Forse la fede non consiste nell’avere tutte le risposte, ma nel continuare a confidare che, oltre quella porta, non ci sia il vuoto, ma uno sguardo amico che ci riconosce e ci chiama per nome. E allora il “Non temere” della Bibbia acquista un significato nuovo: non la promessa che non conosceremo la paura, ma la promessa che non saremo soli nell’attraversarla.

