Dagli anni ’60 a oggi: una canzone contro razzismo e discriminazione

Durante gli anni sessanta, abbiamo assistito a profonde trasformazioni significative a livello globale, che hanno riguardato tutti i settori della società, caratterizzati in prevalenza da eventi e movimenti che hanno influenzato il mondo contemporaneo sia nel bene, e purtroppo anche nel male.

E’ stato il periodo tra l’altro della costruzione del “Muro” di Berlino nel 1961, che tanti danni ha causato alle popolazioni della Germania divisa in due, l’est e l’ovest, mentre negli Stati Uniti, il movimento per i diritti civili guidato da Martin Luther King, lottava contro la segregazione razziale, finendo egli stesso poi assassinato il 4 aprile 1968, proprio dove in molti paesi scoppiava in quell’anno, la contestazione giovanile. Come dimenticare che, in quel decennio s’è registrata tra l’altro una corsa allo spazio, prima causa del cosiddetto sviluppo tecnologico. Anche nel campo della musica, del cinema e della moda ci furono dei cambiamenti che in parte influenzeranno gli anni che seguiranno. E proprio nel corso di quegli anni, i mitici anni ‘ 60 Thomas Wilkers e David Stevenson scrissero una canzone che faceva parte del repertorio del complesso musicale statunitense “Up Whit People”, che in Italia e in tutta l’Europa divenne famoso col nome di “Viva la gente”.

I componenti del complesso, ragazzi e ragazze, si esibivano nei teatri di diverse città, ed una tra le tante canzoni interpretate divenne famosa “What Color Is God’s Skin?“, che venne tradotta in italiano da A. Costa e P. Marchetti con il titolo “Di che colore è la pelle di Dio?”. Il testo racconta la storia di un bambino che chiede al padre prima di andare a dormire quale fosse il colore della pelle di Dio e nel ritornello c’è la risposta del genitore al proprio figlio: “Di che color è la pelle di Dio? E’ nera, rossa, gialla, bruna, bianca, perché lui ci vede uguali davanti a sé…”. Possiamo definire questa canzone, facilmente orecchiabile, un inno alla fratellanza e all’uguaglianza, che invita a superare le barriere del pregiudizio e della discriminazione. Il testo pone una domanda quasi provocatoria, “di che colore è la pelle di Dio?“, per sottolineare l’assurdità di attribuire un colore o un’identità etnica a un’entità divina che trascende le differenze umane.

La domanda non è solo religiosa, ma sociale e morale: come possiamo giudicare qualcuno per il colore della sua pelle se crediamo in un Dio che ama tutti allo stesso modo? Se Dio è il creatore di tutti, allora non può appartenere a un solo popolo, a una sola cultura o a un solo colore della pelle. L’immagine di un Dio “con un colore preciso” diventa assurda, perché limiterebbe ciò che per definizione è universale. La canzone vuole affermare che tutti gli esseri umani sono uguali agli occhi di Dio, indipendentemente dal colore della pelle, dall’origine etnica o dalla provenienza geografica. Purtroppo assistiamo ancora ai giorni nostri, come la diversa pigmentazione della pelle sia stata e sia ancora causa di vere e proprie divergenze tra gli esseri umani, basta ricordare quanto avveniva in alcuni paesi solamente qualche secolo fa.

La canzone vuole esortare l’umanità a creare un mondo di fratellanza e di solidarietà, in cui tutte le differenze siano viste come una ricchezza e non come un motivo di divisione. Non può mancare un accenno a liberarsi dai pregiudizi e dagli stereotipi che alimentano la discriminazione e l’odio, e il testo trasmette un messaggio di speranza e di ottimismo, incoraggiando a costruire un futuro in cui tutti possano vivere in pace e armonia. Il messaggio di questo brano rimane attuale e universale, e continua a ispirare persone di tutto il mondo a lottare per un mondo più giusto e inclusivo, visto che sulla Terra, esistono ancora guerre e divisioni e dove chiamarsi e sentirsi tutti fratelli, sta diventando difficile, il cuore dell’uomo, e la cronaca ce lo ripete quasi ogni giorno, sembra aver dimenticato la parola “fratello”.

Potremmo chiederci all’infinito quale sia il colore della pelle di Dio, ma non troveremo mai una risposta che vada bene al nostro modo di pensare, che in molte e troppe volte tende a dividere piuttosto che a unire le varie razze che compongono dal nord al sud il mondo intero. Nel prologo del Vangelo di Giovanni leggiamo: “Dio nessuno lo ha mai visto proprio il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre, lui lo ha rivelato”, e rivelandolo con la sua presenza e testimonianza ha parlato di Dio come il Creatore che vuole bene a tutti gli uomini, potremmo aggiungere veramente a tutti, senza aver bisogno di guardare il colore della pelle. In definitiva “Di che colore è la pelle di Dio” è una canzone che educa al rispetto e alla fratellanza. Con una domanda semplice riesce a toccare temi profondi e a ricordarci che le differenze non devono dividere, ma arricchire. Il messaggio finale è chiaro: davanti a Dio non esistono colori che contano più degli altri.

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