Capire il passato per non ripetere gli errori della storia

Immagine creata con ChatGtp

Da alcuni mesi sto cercando di divulgare un libro scritto da un mio caro amico e collega, Marcello Franceschi. È un libro “Brigate Rosse” edito da Amazon, che contiene documenti, testimonianze e una ricostruzione storica di quanto avvenne negli anni di piombo, e riguarda quella che è stata forse l’organizzazione terroristica più temibile della storia repubblicana italiana: le Brigate Rosse. Non erano marziani. Erano giovani che decisero di combattere per un ideale che ritenevano giusto. Io stavo dall’altra parte. Dalla parte dello Stato. E ci stavo convinto, pur sapendo che avrei potuto perdere la vita.

Foto gentilmente concessa

Accanto a me avevo colleghi che negli anni ho imparato a considerare fratelli. Alcuni di loro mi proteggevano. Mi aiutavano a tenere sotto controllo paure che pure esistevano e che sarebbe ipocrita negare.

Entrare in un ufficio dove su molte scrivanie c’era la fotografia di un collega assassinato pochi mesi prima non era facile per chiunque avesse un minimo di sensibilità. C’era poi la paura diffusa, quella che si respirava ogni giorno.

Ricordo persone restie perfino a firmare i verbali di sequestro dei volantini delle Brigate Rosse, distribuiti nelle strade, sugli autobus, nelle sale d’attesa e nelle cabine SIP che oggi non esistono più. Bastava una telefonata al 113. Poi la corsa per recuperare quei volantini e leggere cosa scrivevano i nostri irriducibili nemici.

Per questo ritengo che questo libro debba essere letto e divulgato, soprattutto nelle scuole. Perché certi errori non si ripetano mai più. Perché si comprenda il valore della democrazia, che non è soltanto un sistema politico, ma anche fiducia nelle istituzioni, partecipazione e speranza.

Ma esiste ancora questa fiducia? Oppure ci accontentiamo delle bandierine agitate dagli scolari quando il Presidente della Repubblica rende omaggio ai Caduti, senza trasmettere davvero il significato di quei sacrifici?

L’amara verità è che questa società chiede ai giovani di interessarsi ai grandi ideali, alla giustizia e alla partecipazione civile, ma troppo spesso dimentica le proprie radici. E quando alcune verità del passato diventano scomode, si preferisce non parlarne.

Mi viene in mente una conversazione con un amico di sinistra, una persona onesta che stimo molto. Mi sosteneva che il sequestro di Aldo Moro fosse stato organizzato dagli americani e dalla stessa Democrazia Cristiana: una tesi che circola da decenni e che continua ad alimentare sospetti e polemiche.

Credo sia giusto continuare a studiare e discutere criticamente la storia. È doveroso interrogarsi sulle zone d’ombra e sui passaggi ancora controversi. Ma non dobbiamo trasformare ogni dubbio in una certezza. La memoria serve a cercare la verità, anche quando è complessa o scomoda, non a sostituire i fatti con le convinzioni.

Sul caso Moro esistono molte ipotesi e numerose interpretazioni. Tuttavia, le sentenze e le principali ricostruzioni storiche attribuiscono il sequestro e l’omicidio alle Brigate Rosse. Restano aperte le discussioni sul contesto politico, sui possibili depistaggi e sulle responsabilità indirette di apparati e istituzioni. Temi che continueranno a essere studiati da storici e commissioni parlamentari.

Per questo il libro di chi quegli anni li ha vissuti non deve essere accantonato né dimenticato. È un documento, una testimonianza, una parte della nostra memoria collettiva. È un dovere verso i tanti servitori dello Stato che hanno sacrificato la propria vita. Ma è anche una forma di rispetto verso quei giovani che, inseguendo un ideale, hanno consumato e perduto la propria giovinezza in una stagione di odio e violenza.

Conoscere quella storia non significa giustificarla. Significa comprenderla, affinché non si ripeta. Perché ciò che è accaduto allora non debba mai più accadere.

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