In libreria si trova da qualche giorno un volume dedicato all’alfabeto dell’Uomo, del cardinale Gianfranco Ravasi, uno dei più eminenti biblisti e studiosi della Parola, Prefetto emerito del Dicastero vaticano della Cultura, autore di innumerevoli pubblicazioni, curatore della monumentale Bibbia illustrata in venti volumi in cui il testo è arricchito di volumi dedicati all’archeologia, alla storia, ai volti, ai temi, con inserti a commento delle pagine della Scrittura di grande riflessione e supporto.
Il volume fa seguito alla prima uscita dello scorso anno dedicata all’alfabeto di Dio da cui preferisco cominciare. Si tratta di un dizionario di un centinaio di vocaboli, tratti a metà dall’Antico e dal Nuovo Testamento sui quali l’autore si sofferma per fornirne, dall’interessante traslitterazione e pronuncia rispettivamente dall’ebraico e dal greco, al significato più profondo attraverso l’esame delle possibili interpretazioni rese possibili dalla particolarità della lingua semitica, che si riduce a poche radici consonantiche, il cui tema viene adattato al senso del discorso con la vocalizzazione di modo che alla radice unica possano fa riferimento i diversi vocaboli che la condividono. Accade anche nella nostra lingua con i vocaboli derivati dalla medesima base lessicale.
Ma l’interesse alla lettura delle poche pagine dedicate a ciascun lemma sta nello scoprire e comprendere come un radice originaria contiene non solo i nomi derivati che riguardano lo sviluppo del tema o dell’azione ma anche il suo approfondimento in significati più profondi e più intensi; si guardi al vocabolo jada’ che corrisponde al verbo conoscere, nell’ebraico di cui fa uso la Bibbia si estende dalla natura intellettuale del conoscere, che consiste nel tenere a mente una notizia, ad ogni forma di esperienza globale del sapere, che coinvolge in un intreccio inestricabile, scrive Ravasi, tutti quei canali di comprensione dell’essere e dell’esistere alla ricerca dell’unità profonda della persona umana.
E così nell’appena due ma intense e chiare pagine dedicate al vocabolo, apprendiamo che la conoscenza si estende anche alla scelta, come dice ad Abramo (Gen. 18,19) ed alla adesione alla fede nella sua pienezza: voglio la conoscenza di Dio più degli olocausti (Os. 6,6).
Così come apprendiamo che nel mondo semitico il nome è la realtà stessa della persona tant’è che viene fatto divieto al popolo eletto finanche di nominare Dio, tanto è inimmaginabile la sua grandezza e la sua potenza. Ed Israele obbedisce col noto tetragramma impronunciabile JHWH i cui tentativi di vocalizzazione ne distorcono il significato giacché Dio stesso, alla domanda rivoltagli da Mosé, risponde Io-sono.
Gli esempi si moltiplicano ed il viaggio nei vocaboli rischiara di nuova luce la lettura della Parola poiché introduce nei meandri dei significati più profondi ed intensi di quanto spesso riduciamo alla sola evidenza superficiale del messaggio che ascoltiamo.
Le omelie domenicali ci aiutano a superare l’apparenza delle parole ed ad introdurci sempre di più nel significato che ci viene proposto dalla lettura. Ed è il motivo per il quale a distanza di millenni dalla redazione dei testi biblici ancora li troviamo da scoprire, ancora ci meravigliamo di una diversa lettura dello stesso passo che magari conosciamo a memoria per averlo sentito tante volte ma che un diverso ascolto ce lo propone come ancora fresco e nuovo.
Ma anche nel Nuovo Testamento, scritto in greco, l’Autore ci propone interessanti scoperte: la tanto agognata verità in greco viene definita aleteia e gli studi classici ci ricordano l’alfa privativa che precede i vocaboli negandone il significato e la radice del verbo lantano che si traduce con nascondere. Allora aleteia è negazione del nascondimento, è svelamento. È rivelazione. Non è lontana la verità ma è velata dinanzi a noi e, come usa dirsi, occorre cambiare lo sguardo per poterla vedere. Ed il libro di Ravasi ci aiuta non poco.

