Alcide De Gasperi: il suo esempio il giusto metro con cui confrontarsi

L’anniversario della morte di Alcide De Gasperi giunge quest’anno a ottant’anni dalla fine della seconda guerra mondiale e dal ritorno della democrazia. Come nella nostra vita, il punto di riferimento deve esse il più alto possibile così per chi ha scelto di non vivere solo per se stesso ma anche per la Comunità in cui si trova, secondo l’insegnamento della Rerum Novarum e di Paolo VI, il grandissimo lavoro di De Gasperi è sicuramente il metro giusto con cui confrontarsi e ripartire.

I Governi di De Gasperi e quelli succeduti alla sua morte, i cosiddetti governi centristi, hanno dato al nostro Paese il periodo di maggiore sviluppo economico e sociale quello che viene chiamato, da chi lo ha capito bene, boom economico. Nelle Università cinesi e giapponesi studiano le scelte che dettero all’Italia un periodo di così grande crescita economica, noi che da vent’anni cresciamo pochissimo purtroppo non studiamo più né l’attività dei Governi Cavour, né tantomeno i nostri governi degli anni cinquanta.

In quegli anni il nostro Paese, uscito povero e semidistrutto dalla Guerra, ebbe una crescita economica che beneficiò tutti gli italiani, si crearono milioni di posti di lavoro. Si sviluppò la industrializzazione e nelle campagne la riforma agraria fece nascere decine di migliaia di aziende agricole. L’operaio poteva acquistare l’auto, cosa che oggi è molto difficile, di qui una delle cause delle basse vendite di auto nuove. In una parola la crescita economica diminuì le diseguaglianze e diede una speranza, come mi diceva mia mamma, a tutti di andare a stare meglio. Si sviluppò la rete autostradale che unì il mercato italiano e si costruirono i primi trafori internazionali, dal San Bernardo a quello del Bianco, inaugurato nel ‘65 da De Gaulle e da Saragat. Nel biennio 69-70 con Donat-Cattin, ministro del lavoro, ci fu il riscatto del lavoro dipendente.

Negli ultimi venticinque anni la bassissima crescita economica si è accompagnata a un aumento forte delle diseguaglianze. Come denunciò nel 2012 l’arcivescovo di Torino monsignor Nosiglia, la città è divisa in due, da una parte la Città che sta bene e dall’altra la metà della Città che sta male. O come ha denunciato più recentemente il Cardinale di Torino, Roberto Repole, nella prima Capitale del Paese abbiamo da un lato l’aumento del lavoro povero e dall’altro i privati grandi detentori di capitali non investono più nello sviluppo della Città ma bensì nelle Borse mondiali. Il salario minimo e lo sgravio sui rinnovi salariali dovrebbero essere due argomenti su cui i cattolici impegnati in politica dovrebbero caratterizzare la loro iniziativa allaccio dei lavori della Legge di Bilancio 2026.

Così come occorrerebbe chiedere alla Premier di aprire da un lato un tavolo con i grandi gruppi economici privati del nostro Paese per rilanciare gli investimenti privati nella nostra economia e dall’altro un tavolo sugli investimenti pubblici sulle reti di trasporto ferroviarie, autostradali e marittime perché è incomprensibile come i tempi di realizzazione delle grandi opere (dalla TAV al Terzo Valico) nel nostro Paese si siano così dilatati, indebolendo così il tasso di crescita della economia e del lavoro.

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