40 anni dopo lo spirito soffia ancora da Assisi

Foto Vatican News

Nei libri di storia l’incontro di Assisi del 1986 è rievocato come la Giornata Mondiale di Preghiera per la Pace convocata da san Giovanni Paolo II. 62 leader religiosi pregarono gli uni accanto agli altri, ciascuno usando la propria tradizione.  Per la prima volta, i testimoni di più di quattro miliardi di donne e di uomini, cristiani e non cristiani, invocarono dall’Altissimo il dono della pace. Nessun sincretismo. Le preghiere erano diverse, diverso il modo di pregare, diverso anche il “destinatario”. E tuttavia, pur nella “molteplicità” delle voci, si avvertì chiaramente una comunione fraterna, una profonda armonia.

L’evento di Assisi, insomma, obbligò a ripensare le ragioni della pace, e cioè il destino comune che lega ormai indissolubilmente popoli e nazioni di tutta la terra. Quarant’anni dopo è utile tornare a quell’incredibile, straordinario giorno per cercare di penetrare nel mistero-Wojtyla. Era un uomo di grande fede, di grande preghiera, un uomo semplice, puro, trasparente, interiormente libero, distaccato dalle cose del mondo. Un uomo segnato dalla santità, una santità ordinaria, vissuta nella quotidianità, e che, proprio per questo, faceva trasparire il volto umano di Dio. Un uomo pieno dei doni della profezia, e che perciò sapeva andare controcorrente, aprire nuovi cammini. Senza paure. Senza complessi nei confronti della modernità, né delle ideologie dominanti.

E infatti, Giovanni Paolo II non accettò mai le cosiddette “verità” che allora dominavano la storia, la cultura, la politica, l’economia, ma anche una certa intellighenzia ecclesiastica. Come, ad esempio, la presunta definitività della divisione in due del mondo e, in particolare, dell’Europa. O il crescere del secolarismo, fintanto a cancellare dalla società ogni segno o presenza del sacro. Oppure, il progressivo allontanamento delle nuove generazioni dalla Chiesa; la messa in soffitta dei documenti del Concilio, e il ritorno a un clericalismo difensivo e confortante, opposto a ogni cambiamento.

Karol Wojtyla, da tempo, aveva maturato una diversa visione del futuro della Chiesa e del mondo. Una visione che faceva parte della sua memoria, proveniva dalla sua esperienza, dal retaggio di fede e di cultura della sua Patria. E, tutto questo, “esplose” – letteralmente – nell’omelia all’inizio del pontificato: “Non abbiate paura! Aprite le porte a Cristo!”. E poi nella prima enciclica: “Con la sua Incarnazione il Figlio di Dio si è unito in un certo modo a ogni uomo”. Era la “scelta per l’uomo”. Per Giovanni Paolo II, l’uomo doveva ritornare al centro della vita e della missione della Chiesa; doveva ritornare al centro della società, nel pieno rispetto della sua singolarità unica e irripetibile come persona, e in possesso di propri diritti inalienabili. La proclamazione della verità di Dio veniva così strettamente collegata alla proclamazione della dignità dell’uomo, di ogni uomo. Al di là delle differenze razziali, culturali, ideologiche, geografiche e finanche religiose. “L’altro mi appartiene”, scrisse il Papa in un suo documento. Un insegnamento, una testimonianza attualissimi ai nostri giorni. Dunque, un Papa che gettò le basi per un nuovo umanesimo; costruì “ponti”, prima inimmaginabili, per il dialogo, per un impegno comune, tra le Chiese e le religioni.

E riuscì a farlo, Giovanni Paolo II, per la straordinaria capacità che aveva – straordinaria perché così naturale, perché veniva da dentro – nel vivere la propria fede come testimonianza. Testimone di Dio, della sua verità, del suo ingresso nella storia umana. Come scriveva Giovanni nella prima lettera: “La Parola che dà la vita esisteva fin dal principio: noi l’abbiamo udita. Siamo i suoi testimoni e perciò ve ne parliamo…”. E non solo testimone del Vangelo, della radicalità del messaggio della Croce. L’esistenza stessa di Wojtyla assunse la forma, e la forza, della testimonianza.

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