Francesco è scomparso durante il Giubileo e nel giorno del Natale di Roma, la città eterna di cui era il vescovo. La sua eredità contraddistingue la prosecuzione dell’Anno santo. Il Giubileo è un momento di verifica per la Chiesa universale. Il 16 novembre del 1965, pochi giorni prima della chiusura del Concilio Vaticano II ,quarantadue padri conciliari celebrano l’Eucaristia nelle Catacombe di Domitilla per chiedere a Dio la grazia di “essere fedeli allo spirito di Gesù” al servizio dei poveri. Viene firmato il documento “Patto per una Chiesa serva e povera”, rievoca Vatican news, l’impegno assunto è quello di mettere i poveri al centro del ministero pastorale. Al testo, denominato anche “Patto delle Catacombe”, hanno aderito oltre 500 padri conciliari. Speranza e misericordia sono inseparabili. La misericordia è innanzi tutto l’attuazione del Vangelo. Per questo è inevitabilmente anche l’attuazione del Concilio. E la manifestazione del Dna della Chiesa, che “vive un desiderio inesauribile di offrire misericordia, frutto dell’aver sperimentato l’infinita misericordia del Padre e la sua forza diffusiva» (Evangelii Gaudium 24). Questo desiderio spinge con tutte le sue forze ad andare incontro ai poveri, agli afflitti, ai bisognosi (Evangelii Gaudium 193). Così, proprio l’esercizio della misericordia diventa il criterio di verità della fedeltà al Vangelo, nella comunità primitiva come nella Chiesa di oggi.

Lo aveva già detto Giovanni Paolo II, proprio in vista del Giubileo del 2000: “il Concilio Vaticano II costituisce un evento provvidenziale. Si tratta infatti di un Concilio simile ai precedenti, eppure tanto diverso. Un Concilio concentrato sul mistero di Cristo e della sua Chiesa ed insieme aperto al mondo. Questa apertura è stata la risposta evangelica all’evoluzione recente del mondo“(Tertio Millennio Adveniente 18). In questa luce assume una particolare pregnanza simbolica l’apertura della Porta santa, resa possibile dall’ abbattimento del muro che la chiude, segno di ciò che sempre opera la misericordia. Se tradizionalmente i fedeli l’attraversano per entrare, la Chiesa, che Francesco vuole sempre in uscita, è chiamata a imparare a varcare quella soglia in direzione opposta, per portare al mondo la misericordia e la salvezza di Dio. E soprattutto per riconoscerle e incontrarle già all’opera. L’evangelizzazione ha sempre lo stesso cuore, o meglio lo stesso obiettivo. Il percorso e gli strumenti cambiano nel tempo – quindi si fa anche ricorso ai tweet nell’era dei social network –, ma il punto d’arrivo è sempre l’esperienza di un incontro personale con Gesù, che trasforma le relazioni con gli altri, con la società, con l’ambiente. È la meta a cui puntano gli Esercizi spirituali di Sant’Ignazio di Loyola, con cui il Papa ha profonda familiarità. Si tratta di un percorso autenticamente mistico, non per abbandonare il mondo e arrivare al settimo cielo, ma per scoprire il mistero che si cela nella profondità di ciò che si vive ogni giorno.

Nella Laudato si’ Francesco scrive che l’universo si sviluppa in Dio, che lo riempie tutto. Quindi c’è un mistero da contemplare in una foglia, in un sentiero, nella rugiada, nel volto di un povero. L’Anno Santo consente all’Ecclesia di fare il punto sul proprio cammino di evangelizzazione nel terzo millennio globalizzato. Sotto il profilo dei contenuti il riferimento principale è proprio il Patto delle catacombe, sottoscritto da quei padri conciliari che ritenevano indispensabile, in conclusione del Vaticano II, una maggiore enfasi sul tema della povertà. L’impegno assunto dai padri conciliari nel 1965 è stato anche uno dei primi auspici espressi da Papa Francesco subito dopo l’elezione al soglio di Pietro. È il 16 marzo del 2013: ricevendo i rappresentanti dei media, nell’Aula Paolo VI, il Santo Padre afferma: “Come vorrei una Chiesa povera e per i poveri!”. In una lettera inviata nel 2016 a don Julián Carrón, presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione, il Pontefice invoca un ritorno alle radici: “In un mondo lacerato dalla logica del profitto che produce nuove povertà e genera la cultura dello scarto, non desisto dall’invocare la grazia di una Chiesa povera e per i poveri. Non è un programma liberale, ma un programma radicale perché significa un ritorno alle radici. Il riandare alle origini non è ripiegamento sul passato ma è forza per un inizio coraggioso rivolto al domani. È la rivoluzione della tenerezza e dell’amore“.

Molti tra i promotori del patto della catacombe erano latinoamericani, inclusi alcuni argentini con cui certamente il gesuita Jorge Mario Bergoglio era in contatto. Questo Patto esprimeva anche l’impegno a esercitare in modo rinnovato il ruolo di pastore, compresi stile di vita e segni esteriori. Molte scelte di Francesco, ad esempio rispetto all’abitazione, all’abito o all’auto, risultano totalmente in linea con quell’anelito. Non possiamo dimenticare tutta la ricchezza e la varietà delle elaborazioni teologiche e pastorali latinoamericane in materia di opzione preferenziale per i poveri. Ma anche su questo punto Francesco invita a compiere un passo in avanti. Lo si vede molto bene nell’Evangelii Gaudium. Il Papa scrive “desidero una Chiesa povera per i poveri” (numero 198), e subito dopo aggiunge che “essi hanno molto da insegnarci. È necessario che tutti ci lasciamo evangelizzare da loro”. Una sottolineatura che appare come il frutto del percorso della Chiesa latinoamericana dopo il Concilio, ma anche dell’esperienza personale di Jorge Mario Bergoglio nelle periferie di Buenos Aires.

