Conte ai senatori: “Rassegnerò le mie dimissioni”

ULTIMO AGGIORNAMENTO 15:19

E'breve l'introduzione della presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati che anticipa l'atteso discorso del presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, incaricato di far luce sulla crisi di agosto che rischia di far crollare il governo da lui presieduto. “Una scelta oggettivamente grave”, la definisce il premier, il quale ha ribadito di non poter permettere che questo passaggio così importante “possa consumarsi a mezzo di conciliaboli riservati, comunicazioni rilasciate sui social o per strada”. E attacca frontalmente il vicepremier Matteo Salvini, accusato di aver innescato la crisi perseguendo interessi personali e di partito, definendo inoltre la scelta di aprirla in agosto e subito dopo l'approvazione del decreto Sicurezza bis come “opportunismo”. E apre ulteriori scenari di rischio per il nostro Paese: “Questa crisi interviene in un momento delicato dell'interlocuzione con le istituzioni Ue. In questi giorni si stanno per concludere le trattativa per i commissari e io mi sono adoperato per garantire all'Italia un ruolo centrale. È evidente che l'Italia corre il rischio di partecipare a questa trattativa in condizioni di oggettiva debolezza”. Conte bolla nuovamente la questione del governo dei “no”, elencando i risultati ottenuti e sostenendo che il mantra utilizzato dalla Lega per innescare la crisi ha oscurato il lavoro del governo: “Amici della Lega, avete tentato di comunicare l'idea del governo dei No e, così, avete macchiato 14 mesi di intensa attività di governo pur di alimentare questa grancassa mediatica. Così, avete offeso non solo il mio impegno personale, e passi, ma anche la costante dedizione dei ministri”. Poi si è rivolto direttamente al vicepremier e leader della Lega, seduto alla sua destra: “Promuovendo questa crisi di governo ti sei assunto una grande responsabilità davanti al Paese chiedendo pieni poteri… Questa tua concezione mi preoccupa”. E ancora: “Non abbiamo bisogno di persone con pieni poteri ma di persone con senso di responsabilità e cultura istituzionale”.

Al ministro dell'Interno, Giuseppe Conte chiede conto anche della vicenda russa, riprendendolo sulla mancata relazione in Parlamento su una vicenda che, ha spiegato, “merita di essere chiarita, anche per i riflessi sul piano internazionale”, criticando inoltre i troppi sconfinamenti nelle competenze di altri ministri. E, inoltre, ha stigmatizzato l'accostamento dei simboli religiosi ai comizi politici che “dovrebbero restare fuori da tali contesti”. Chiosa, inoltre, affermando che la crisi avviata “compromette un governo che qui si arresta”. Ricordando quanto importanti siano gli impegni politici di un Paese che deve necessariamente puntare sui giovani per rilanciare il proprio futuro e mantenere fede alla propria vocazione europeista (“Sull'Europa occorre un rinnovato slancio di responsabilità. Il comune edificio europeo sta attraversando una fase critica alla quale non si può rispondere con un europeismo fideistico ma nemmeno con uno scetticismo disintegratore con un ritorno a sovranità nazionali chiuse e conflittuali”), Giuseppe Conte ha chiarito che le circostanze subentrate con la crisi non consento al governo di proseguire: “Al termine del dibattito andrò dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella per comunicare la cessazione di questa esperienza di governo e a rassegnare nelle sue mani le mie dimissioni da presidente del Consiglio”.

Lo scenario

E' il giorno della verità per il governo italiano, non solo per il premier Giuseppe Conte. L'avvocato, il professore prestato alla politica scende ufficialmente in campo per relazionare in Senato sulla crisi di governo innescata da uno dei suoi due vicepremier, pronto a difendere l'operato del suo esecutivo e a diradare, forse in maniera definitiva, le nubi che ancora si addensano sul futuro politico del nostro Paese. La giornata decisiva anche per capire i possibili scenari che potrebbero aprirsi per determinare la soluzione a una crisi che, per parola dello stesso Conte, dovrà essere trasparente, nel rispetto del popolo italiano al quale questo esecutivo è stato presentato come “il governo del cambiamento”. Inevitabile il fermento attorno a Palazzo Madama, dove è stato registrato qualche scambio di insulti fra i sostenitori della Lega e quelli del Movimento 5 stelle, con questi ultimi che hanno messo nel mirino in particolare il leader del Carroccio, Matteo Salvini, ritenuto responsabile di una retromarcia letta come un tradimento nei confronti dei co-firmatari del contratto di governo. I sit-in sono stati circostritti ai marciapiedi attorno alla sede del Senato, sorvegliati dalle Forze dell'ordine, tra “vergogna” reciproci e slogan leghisti al grido di “Di Maio facci votare”.

Posizioni nette

Nel frattempo, in attesa di capire quale sarà il destino del governo giallo-verde (e nello specifico del premier, con lo spettro delle dimissioni che aleggia sull'Aula del Senato, tra coloro che premono per il voto immediato e chi ventila ipotesi di intese istituzionali) dai vertici del M5s arriva pieno sostegno al presidente del Consiglio: “Caro Giuseppe – ha scritto in un messaggio sulla sua pagina Facebook il vicepremier Luigi Di Maio -, oggi è un giorno molto importante. Il giorno in cui la Lega dovrà rispondere delle proprie colpe per aver deciso di far crollare tutto, aprendo una crisi di governo in pieno agosto, in spiaggia, solo per rincorrere i sondaggi. Oggi, al Senato, i ministri M5S saranno al tuo fianco. Ci presenteremo in aula a testa alta. Tutti, ognuno di noi, sa di stare dalla parte giusta della storia”. Resta compatto, invece, il fronte leghista, con Salvini che ha riunito i vertici in sede per tirare le somme della crisi: “Lunghi applausi a Matteo Salvini – si legge nella nota diramata al termine dell'incontro – dal gruppo della Lega, determinato e compatto. Prima il bene degli italiani poi il resto. La Lega unica forza politica che non ha paura di confrontarsi con i suoi datori di lavoro, i cittadini, che non parla di poltrone ma di sviluppo del Paese”. Inatteso anche il dibattito al termine della relazione, circostanza che aveva portato a pensare a una possibile esclusione delle dimissioni immediate. Eventualità che i fatti non hanno confermato.

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