Missioni senza frontiere: il caso Bolivia

Il presidente boliviano Rodrigo Paz ha decretato sabato lo stato di emergenza su tutto il territorio nazionale dopo oltre sei settimane di proteste e blocchi stradali

Bolivia
©UNICEF/UNI448976/Aliaga Ticona

Sos Bolivia, Il presidente Rodrigo Paz ha decretato sabato lo stato di emergenza su tutto il territorio nazionale dopo oltre sei settimane di proteste e blocchi stradali. “Esaurito tutte le vie del dialogo”, ha dichiarato il leader boliviano. La decisione è arrivata poco dopo la firma di un accordo con la principale organizzazione sindacale del paese. La Centrale operaia boliviana (Cob) ha annunciato la sospensione delle misure di pressione volte a ottenere le dimissioni del capo dello Stato. Altre organizzazioni, tuttavia, continuano il loro movimento di protesta. “Dopo aver esaurito tutte le vie del dialogo, concluso accordi con coloro le cui rivendicazioni erano legittime e identificato coloro che utilizzavano la violenza per tentare di destabilizzare la Bolivia, abbiamo preso la decisione di dichiarare lo stato di emergenza su tutto il territorio nazionale”, ha sottolineato Paz in una dichiarazione televisiva.

Credit: Fides

Emergenza Bolivia

A inizio maggio la Cob aveva avviato un movimento di protesta per lamentarsi dell’assenza di risposte governative alla crisi economica che attraversa il paese, la più grave degli ultimi quarant’anni. I blocchi stradali in tutto il paese hanno provocato carenze di cibo, medicine e carburante in diverse città, in particolare nella capitale La Paz. Nonostante l’accordo con la Cob, gruppi di contadini, così come i coltivatori di coca del Chapare, roccaforte dell’ex presidente Evo Morales (2006-2019) nel centro del paese, continuano la loro mobilitazione. La vocazione missionaria della Chiesa rappresenta un valido supporto per la popolazione. Come racconta l’agenzia missionaria vaticana Fides sono 33 le capelle che aspettano almeno una volta al mese l’arrivo di padre Angel Lim Jaejong per la celebrazione eucaristica. Le strade che collegano queste cappelle su un raggio di 50 chilometri quadri sono ripide e prive di asfalto. Il trentacinquenne, che vive in Bolivia da circa 5 anni, viene dall’arcidiocesi coreana di Kwangju. Ed è viceparroco della parrocchia di San Francesco Xavier ad Okinawa. In un Paese dove i cattolici costituiscono l’85% della popolazione “le feste religiose sono generalmente molto sentite con una particolare devozione mariana. Le persone hanno il cuore generoso e sostengono con grande dedizione le opere e le iniziative nella chiesa”, racconta padre Lim. “Mi accorgo solamente visitandoli a casa della loro vera e propria povertà economica”.

Credit: Fides

Okinawa

Okinawa si trova a 146 chilometri dalla città di Santa Cruz de la Sierra, la principale metropoli della Bolivia. La città accolse nel 1899 i primi migranti del Giappone. Dopo essere inizialmente arrivati in Perù, alcuni decisero di spostarsi in Bolivia, e cosi portarono con loro il nome della città originaria del Paese del Sol levante. Soffermandosi sull differente modo di esercitare il ministero sacerdotale Nel Proprio Paese di origine e nel Paese dove ora svolge la sua missione, padre Lim riflette: “Pensandoci un attimo, i bambini in Corea chiamano il prete “chibunim” che vuole dire ‘padre’. Mentre nella realtà dove sono, tendono a chiamare il sacerdote ‘papà’”. “In realtà i bambini hanno la tendenza a sentirsi un po’ trascurati dai loro padri a casa, dato che essi si occupano dei figli nel poco tempo che rimane dopo il lavoro. Così sia i bambini che gli adulti cercano spesso di ricevere l’affetto nella figura del sacerdote” spiega il diocesano di Kwangju. Già da seminarista, Jaejong aveva vissuto un anno nelle Filippine dove aveva iniziato ad interrogarsi sulla chiamata missionaria. “Non avevo pensato alle difficoltà. Per me l’appello era chiaro e mi sono messo a studiare la lingua spagnola” spiega Lim.

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Negoziati

Intanto la situazione generale appare in rapido peggioramento. La decisione del governo boliviano di Rodrigo Paz di avviare negoziati con i leader delle proteste che da oltre un mese tengono bloccato il Paese gli sono valse forti critiche. Sia da settori ultraconservatori favorevoli all’uso della mano dura. Sia dai sindacati degli autotrasportatori e degli agricoltori, le attività più colpite dall’attuale crisi. Tra le critiche più dure quelle dei “comitati civici“, espressione della destra conservatrice più tradizionale. Esortano, infatti, il governo nazionale ad adottare misure efficaci per garantire il diritto al lavoro e alla libera circolazione nel Paese. “Le autorità devono intervenire contro coloro che bloccano le strade e causano danni economici e sociali in diversi dipartimenti”, ha commentato il presidente del Comité pro Santa Cruz, Stello Cochamanidis. La decisione del presidente di insistere nel dialogo con i leader delle proteste viene contestata tuttavia anche da settori di sinistra. “Il governo vuole negoziare con i manifestanti, ma non con la classe lavoratrice, che rappresenta la spina dorsale del Paese”, ha affermato il leader del sindacato degli autotrasportatori, Juan Yujra, che pure insiste sulla necessità di sgomberare le strade. “Anche noi facciamo parte della catena di produzione. Abbiamo autisti che vengono tenuti prigionieri, trattenuti sulle autostrade”, ha aggiunto Yujra. In tale contesto il tavolo negoziale avviato dal presidente Paz con il sindacato operaio (Cob) e con quello dei contadini (Tupac Katari) che guidano i blocchi stradali rischia di fallire ancor prima di prendere il via concretamente, tenendo conto che i leader delle proteste esigono la scarcerazione dei detenuti durante le proteste e l’immmunità dei loro leader, un punto che il governo non è in grado di concedere.

 

 

 

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