L’umiltà di san Carlo Borromeo

San Carlo Borromeo, foto © Vatican News

Tutti i vescovi scelgono un motto e uno stemma, tradizione questa che non riguarda solo i prelati della Chiesa Cattolica, ma anche quella ortodossa e anglicana e altre Chiese protestanti. Il motto rappresenta un programma di vita e soprattutto le linee guida del ministero pastorale, a volte è una semplice frase, che esprime anche la propria spiritualità e il proprio modo di essere, la loro fede e naturalmente l’impegno per la Chiesa. Ma, a volte può bastare anche una semplice parola, per far comprende e capire, come si vuole agire ed operare all’interno della Chiesa e non solo. E’ il caso del grande santo lombardo Carlo Borromeo (1538-184) che scelse come motto la sola parola “Humilitas”, una parola semplice, ma dal profondo significato cristiano.

Egli si trovò nel pieno del XVI secolo, un periodo di profondi mutamenti religiosi, politici e culturali in Europa, in un contesto storico quello della Controriforma cattolica, e la relativa risposta della Chiesa di Roma alla Riforma protestante del teologo e monaco agostiniano Martin Lutero (1483-1546). Carlo Borromeo pur nascendo da una famiglia nobile, visse tuttavia con uno spirito di profonda umiltà, facendo della semplicità e del servizio agli altri la guida della sua vita pastorale.

A soli ventidue anni nel 1560 fu nominato cardinale dallo zio Papa Pio IV (1559-1565) ma all’inizio non era ancora sacerdote, lo divenne nel 1563, e un anno dopo fu consacrato vescovo e nominato arcivescovo di Milano. Rimase ancora per alcuni anni a Roma, per assistere il Papa e contribuire alla conclusione del Concilio di Trento.

La sua grandezza non risiede nei titoli o nei privilegi che possedeva, ma nella capacità di spogliarsi di essi per mettersi al servizio di Dio e del popolo. In una lettera scritta ai sacerdoti soleva ripetere: “L’umiltà è la base di tutte le virtù”. Nonostante la sua posizione di Arcivescovo, scelse di abitare in un piccolo appartamento del palazzo arcivescovile, vestiva con semplicità, conduceva una vita austera e dedicava molto del suo tempo alla preghiera. Rifiutava i fasti della corte e preferiva usare le sue ricchezze per opere di carità e per la formazione dei sacerdoti. La sua umiltà si manifestava nel considerarsi non un principe della Chiesa, ma un pastore tra il suo gregge.

Dopo il Concilio di Trento, San Carlo si impegnò con forza nel rinnovamento spirituale e morale del clero, non lo fece mai con atteggiamento di superiorità o di condanna: era convinto che la vera riforma dovesse cominciare da sé stessi. Visitava personalmente le parrocchie più povere e remote della sua diocesi, ascoltava i sacerdoti, correggeva con dolcezza, incoraggiava con pazienza. L’umiltà, per lui, era la prima virtù del vero pastore: solo chi si abbassa può sollevare gli altri.

Tanti sono gli episodi che più di ogni altro rivelano la sua umiltà e carità cristiana, uno fra tutti quello della peste del 1576, infatti mentre molti nobili e autorità fuggivano da Milano, Carlo rimase in città. Camminava scalzo per le strade, portando conforto ai malati, distribuendo aiuti, celebrando messe all’aperto, vendette i beni superflui e persino i mobili dell’Arcivescovado per devolvere il ricavato ai poveri e ai bisognosi, specialmente durante la carestia e la peste, tutto per non abbandonare il suo amato popolo. In quei giorni, il cardinale divenne davvero “uno dei suoi”, condividendo con i poveri la fame, la paura e la fede. La sua presenza silenziosa e coraggiosa divenne un segno vero e tangibile di umiltà cristiana: un uomo potente che si fece servo dei più deboli.

Così San Carlo, fece comprendere a tutti, che la vera autorità nasce dal servizio, e che pertanto la grandezza di un uomo, come si pensa purtroppo ai giorni nostri, non si misura dal suo potere, ma, dalla sola capacità di amare senza condizioni. In tutta la sua vita ha dimostrato che l’essere umili non significa essere deboli, ma diventa quella forza interiore che consente e permette di ascoltare, e agire solamente per il bene comune.

Inoltre San Carlo dedicò grande devozione al Crocifisso, vedendo in Cristo che si è immolato l’esempio supremo dell’umiltà, e anche la preghiera doveva essere fatta “stando in ginocchio” davanti al Crocifisso, poiché l’umile preghiera è il mezzo per “portare anime alla Chiesa”.

Potremmo dire che S. Carlo ben comprese il passo del Vangelo di Luca: “Chi si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato”, e questa frase invita ciascuno a guardarsi dentro, a non cercare il potere, soprattutto quello personale, dopo tanti secoli, egli ricorda, a tutti noi di vivere sempre con umiltà, seguendo gli insegnamenti di Gesù.

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