Una lezione che non passa di moda

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foto: Mallio-FalIcioni-

La lezione della fede. Alla luce del magistero di Joseph Ratzinger e dalla sua testimonianza
di vita, un insegnamento in particolare è segnalato dall’economista Stefano Zamagni. Quello di aver capito cosa significhi la celebre affermazione di Tommaso secondo cui “ad opera virtum perducimur per lumen rationis”. E cioè alle opere delle virtù, e quindi alla moralità, si è condotti mediante il lume della ragione, così come alle opere della Grazia si viene condotti attraverso il lume della fede. Joseph Ratzinger, a giudizio dell’economista, ha insegnato che il cristiano non può confondere il senso dei termini carità e solidarietà. Il positivismo, prima, e il marxismo, poi, hanno cercato, con un qualche successo, di sostituire il termine cristiano di carità con quello umanistico di solidarietà, una sostituzione che è penetrata, in parte, anche nella Chiesa stessa. E, avverte Zamagni, “quando ciò avviene, si riduce il cristianesimo alla sua dimensione terapeutica e la fede a un’etica”.

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Ugualmente rilevante è la lezione di Benedetto XVI sulla vexata quaestio della laicità. “Il filosofo francese Remi Brague ha chiamato “cristianisti” quei “laici” che riconoscono l’apporto positivo del cristianesimo e gli sono perfino favorevoli, ma non credono in Cristo – sottolinea Zamagni –. È ovvio che essi non vadano scoraggiati, ma Joseph Ratzinger ha sempre insistito che compito del credente è quello di dialogare con i ‘cristianisti’ per invitarli a riconoscere la sorgente della “civiltà cristiana” e a riconoscere che questa sorgente potrebbe abbeverare anch’essi”. È in ciò secondo l’economista il fascino profetico che Joseph Ratzinger ha saputo dare al messaggio cristiano e cioè “quella forte identità che non ha paura di confrontarsi con le altre culture e con le altre religioni“. E “pur nella naturale dolcezza del carattere, Benedetto XVI è stato esemplarmente critico di quelle linee di pensiero che giudicava estremiste e nulla sarebbe più erroneo che considerare la mitezza che egli irradiava come espressione di una inclinazione a essere accomodante”. Joseph Ratzinger era paziente ma fermo nei propositi che non ammettono cedimenti. Una lezione di fede e coerenza.

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Foto di Katherine Hanlon su Unsplash

“Se si ammette che la carità porta con sé una benedizione nascosta, ma non si consente che essa possa esprimersi anche nelle sfere economica e politica, si potrà pure realizzare una società avanzata e perfino giusta, ma non fraterna – precisa l’economista –. Efficienza e giustizia, anche se unite, non bastano a soddisfare il bisogno irrefrenabile di felicità: è questo il grande messaggio dell’enciclica Caritas in Veritate”. Zamagni riconosce a Ratzinger anche il chiarimento definitivo della differenza tra le categorie di bene comune (uno dei quattro pilasti della Dottrina Sociale della Chiesa) e di bene totale. Al numero 74 della Gaudium et Spes, la quarta costituzione apostolica conciliare promulgata da Paolo VI, il bene comune è definito come l’insieme di quelle condizioni della vita sociale che permettono sia alla collettività che ai singoli membri di raggiungere la propria perfezione più pienamente e celermente. “Il bene comune non è dunque un fine in sé, ma strumento per il bene del singolo e dei gruppi”, osserva l’economista.

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@ Vatican media

Il Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa, pubblicato nel 2004 da Giovanni Paolo II correggerà poi il tiro scrivendo: “Il bene comune non consiste nella semplice somma dei beni particolari di ciascun soggetto del corpo sociale. Essendo di tutti e di ciascuno è e rimane comune, perché indivisibile e perché soltanto insieme è possibile raggiungerlo, accrescerlo e custodirlo”. Nessuna forma espressiva della socialità (dalla famiglia al gruppo sociale intermedio, all’associazione, all’impresa di carattere economico, alla città, alla regione, allo Stato, fino alla comunità dei popoli e delle nazioni) può “eludere l’interrogativo circa il proprio bene comune, che è costitutivo del suo significato e autentica ragion d’essere della sua stessa sussistenza“. Una definizione, sostiene Zamagni, che non solamente sottolinea la specificità della nozione di bene comune (la sua non separabilità), ma indica anche la via per la sua realizzazione.

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Foto di Jon Tyson su Unsplash

In particolare, nello Stato democratico coloro ai quali compete la responsabilità di governo sono tenuti a interpretare il bene comune del loro Paese non soltanto secondo gli orientamenti della maggioranza, ma nella prospettiva del bene effettivo di tutti i membri della comunità civile, compresi quelli in posizione di minoranza. Lo Stato, dunque, interpreta e non determina, né sancisce cosa è il bene comune, perché lo Stato è espressione della società civile e non viceversa, così come vogliono le varie versioni dello Stato etico. Il pontificato di Joseph Ratzinger, secondo Zamagni, ha chiarito, come meglio non si potrebbe, la relazione fra felicità e speranza. Ecco la lezione di Benedetto XVI che non passa mai di moda.

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