Tra poche ore, mentre ancora ci si interrogherà sui veri esiti di una guerra in Medioriente che è stata vissuta da qualcuno come un ineluttabile scontro tra civiltà, Papa Leone ricucirà i rapporti tra le due sponde del Mediterraneo visitando la tomba di quell’Agostino che nacque su una sponda, visse sull’altra poi di nuovo tornò a casa perché la patria del giusto è ovunque, e la gloria viene da Dio e non dagli uomini. La geografia ha un suo linguaggio, talvolta ben più chiaro di quello delle parole: a Pavia le spoglie di Agostino giunsero al termine di una vera e propria peregrinatio, dopo essere state custodite in Sardegna, per sfuggire alle razzie dei corsari berberi. Ma così uniscono ancor più gli uomini e le culture, tanto più se si considera che Pavia – a un passo da quella Milano dove il Santo operò a lungo – è porta del nord, di quella Europa continentale che all’epoca del Santo bussava al Mediterraneo come ora fanno, dalla parte opposta, molti migranti. L’Europa nacque da quel connubio, noi siamo figli di quella fusione.
Per Prevost è una tappa quasi obbligata all’interno di un pellegrinaggio sulle orme del Vescovo di Ippona: a Ippona è stato, ad aprile, ma ancor prima a Genazzano, al santuario della Madre del Buon Consiglio, e a Montefalco, al monastero di Santa Chiara. Non sarà la sua ultima visita ai luoghi dell’ordine da cui proviene, però da ora il quadro appare delineato nei suoi contorni, con le sue figure e le sue prospettive.
Quando varcherà la soglia della basilica di San Pietro in Ciel d’Oro, infatti, il Pontefice sfiorerà anche la tomba di Liutprando: il re longobardo cui si deve proprio la traslazione delle reliquie del Santo da Cagliari, era il 722. Una volta di più i mondi si toccano, l’antico invecchia, c’è bisogno di nuova linfa. Allora come oggi. E l’Europa, che sorse nuova e antica già quindici secoli fa, anche adesso ha bisogno del cristianesimo non per cancellare la propria identità, ma per rafforzarla. In questo la visita a Pavia del Papa non è solo in diretta continuità con i pellegrinaggi agostiniani, ma con l’altro viaggio, quello appena concluso in Spagna.
Qui Leone XIV ha operato una predicazione in più punti, ognuno scelto non a caso. Ha iniziato sottolineando l’insita bontà del progetto di integrazione europea, poi ha reso omaggio a Gaudì e alla sua Catalogna identitaria ma non scissionista, quindi è andato alle Canarie, porta d’ingresso per chi cerca speranza. E sui profughi, sui rifugiati, sui migranti ha concentrato la sua riflessione, perfezionata al ritorno a Roma da una esplicita condanna delle teorie remigratorie. Esattamente come di fronte alle Cortes spagnole, luogo della sovranità popolare, aveva ribadito la difesa della vita nella sua piena dignità dal momento del concepimento a quello della fine.
Europa, quindi, pianta dalle radici antiche e buone, ma necessarie di buon sostegno e magari di qualche sano innesto. Perché l’Europa – concetto non solo non alternativo, ma in qualche modo complementare a quello di Mediterraneo – è esattamente come la Roma di Agostino. Tesa cioè tra l’essere di Dio o dell’uomo. La scelta da compiere è tremenda, ma non la si può eludere: il solo dilazionare è di per sé scelta, e non scelta per la parte di Dio.
La cosa, sia chiaro, non riguarda solo il nostro vecchio e sfiancato Continente. Riguarda anche il Mondo Nuovo, quello da cui Prevost proviene, e non solo perché le contiguità culturali sono evidenti. Sono evidenti anche le sue crisi. E allora avvicinare le due sponde del Mediterraneo lasciando che si allontanino quelle dell’Atlantico sarebbe, a dir poco, incomprensibile.

