Le tre parole della crisi economica da coronavirus

Sure, Mes e Coronabond interris.it ne parla con Riccardo Scarfato, ricercatore Associato Public Affairs

ULTIMO AGGIORNAMENTO 18:18

Il coronavirus fa paura e fa tremare la politica economica europea e mondiale. Rappresenta una minaccia del tutto nuova e così dal Vecchio Continente fino a Washington e all’Estremo Oriente (Pechino e Tokio), banchieri e politici che manovrano i comandi della finanza per individuare una strategia comune per ridare fiato alla crescita e per evitare che si precipiti in una crisi forse peggiore di quella cominciata nel 2008, quando esplose la bolla della finanza drogata.

La situazione in Europa

Sure, Mes e Coronabond oggi sono i tre argomenti più gettonati, forse rappresentano la soluzione per un’Europa che, sul piano economico, ha davanti a sé un periodo lungo e difficile da affrontare. Per capirne di più Riccardo Scarfato, ricercatore Associato Public Affairs di Vision Think-Thank ed esperto in valutazioni in politiche di coesione ha parlato con la redazione di interris.it

Sure: cos’è?

“Parliamo della nuova cassa integrazione europea, cosi come stata già ribattezzata da tecnici e media. Lo strumento della Commissione europea SURE (Support to mitigate Unemployment Risks in an Emergency) è il primo – si spera – di una seria di strumenti che l’Unione europea utilizzerà per far fronte alla crisi Covid. In buona sostanza – spiega Scarfato – questo strumento aiuterà a proteggere quei lavoratori impattati dalla pandemia, attraverso il sostegno agli Stami membri (che potranno richiederne l’utilizzo) sottoforma di prestiti; al fine di aumentare la spesa pubblica per preservare la propria occupazione”. Come si attuerà? “La procedura è molto articolata, ma possiamo riassumerla in cinque fasi che interessano in primis lo Stato membro richiedente poi la Commissione ed infine il Consiglio EU – continua l’esperto -. L’efficacia è indubbia, sia per il fine perseguito (occupazione) che per la raccolta sul mercato da parte della Commission Eu che potrà sicuramente staccare accordi più favorevoli che un singolo Stato (al netto dei vari rating nazionali, quello della UE è AAA/utlook stable). Inoltre – aggiunge – a fronte di un impegno economico di 100mld di euro si richiede una ripartizione -eventuale- dell’impegno tra gli Stati membri di “soli” 25 miliardi. L’efficacia inoltre è anche nella velocità d’esecuzione, poiché è il più rapido dei tre strumenti di cui parliamo oggi”.

Il Mes: cos’è e in cosa consiste il nuovo trattato?

“Il Meccanismo europeo di stabilità è quel fondo (creato sul modello del FMI, ma ‘Europeo’ appunto), al quale partecipano tutti gli Stati della zona euro (Lo Stato italiano è il terzo azionista) nato nel 2002 per assistere Portogallo e Irlanda; e poi ha continuato ad assistere finanziariamente gli Stati membri in difficoltà di concerto con il FMI, CE e BCE. La riforma del trattato, dopo non aver trovato comunione d’intenti nel dicembre 2019, anche il 16 marzo scorso (in piena emergenza Covid-19) è finita in un nulla di fatto. Si attende quindi il 7 aprile prossimo per capirne di più – sottolinea il ricercatore -. Al momento sappiamo che ci sono due gruppi principali che vogliono far valere le loro ragioni: i membri del Sud Europa con Italia, Spagna e Francia in testa e quelli del nord con Olanda, Germanie ed Austria che guidano. Sappiamo che gli Sherpa al momento (con la Francia come araldo) stanno varando l’ipotesi di un MES light, al fine di prevedere (per i paesi che richiedano assistenza al MES) condizioni di restituzione del debito più leggere per non ripetere quanto successo con la ristrutturazione del debito in Grecia”.

Coronabond: cosa sono e come funzionano?

“Al momento ogni Stato si finanzia, sul mercato dei capitali, emettendo autonomamente titoli di stato, in base al proprio profilo di rischio. Per esempio, l’Italia ha un rating BBB/outlook negativo. Utile a valutarne l’affidabilità finanziaria, con la conseguenza che ogni paese ha un tasso d’interesse diverso da coprire. I coronabond, o come preferisco Eurobond, sarebbero invece dei titoli comunitari emessi da un’unica entità la UE (ovviamente con il supporto tecnico di altri organi come la BEI) trasferendo cosi l’affidabilità all’intera Unione che al momento ha un rating di AAA/outlook stabile. Chiaramente alcuni Stati membri, come l’Italia, che hanno un rating inferiore ne beneficerebbero al contrario di alti, come la Germina, che hanno i “conti in ordine” e non ne trarrebbero particolare vantaggio. Per ora – conclude Scarfato – restano un’ipotesi, anche se già era stata timidamente proposta nel 2011 ma fortemente respinta dai Paesi del Nord. Questa volta potrebbe andare diversamente dato che anche Stati come l’Olanda, hanno rendimenti negativi ai titoli decennali. Staremo a vedere, ma intanto è bene ricordare che tutti questi strumenti generano debito e quindi bisogna valutarne attentamente ogni minimo effetto, anche se la situazione è di seria emergenza”.

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