Le nuove frontiere della dottrina sociale della Chiesa: l’intelligenza artificiale

Dalla Rerum Novarum alla sfida dell’algoritmo: come la Chiesa interpreta il cambiamento tecnologico alla luce della dignità della persona e del bene comune

Il termine Intelligenza artificiale (d’ora in poi IA) fu coniato negli anni ’50 del secolo scorso da John McCarthy, uno dei pionieri dell’IA, matematico e scienziato cognitivo. Nel 1956, McCarthy organizzò una conferenza al Dartmouth College, che è stata spesso considerata il momento di nascita ufficiale dell’IA come disciplina scientifica.

Quando Leone XIII pubblicò Rerum Novarum nel 1891, il mondo era attraversato da una rivoluzione tecnologica che stava cambiando il volto del lavoro, della società, della politica. La Chiesa comprese che non si trattava solo di macchine, ma di una nuova antropologia. Oggi accade qualcosa di simile: l’IA non modifica soltanto i processi produttivi, ma la percezione stessa di ciò che significa pensare, decidere, creare.

Dal timore alla generatività

A 135 anni di distanza dalla Rerum Novarum, possiamo dire che Leone XIV si trova davanti a una sfida analoga a quella del suo predecessore Leone XIII. Allora la questione era la macchina e il lavoro; oggi è l’algoritmo. Allora si trattava di difendere il lavoratore dalla logica impersonale dell’industria; oggi occorre difendere la persona dalla logica opaca dei sistemi digitali.

Se Leone XIII inaugurò la Dottrina Sociale della Chiesa (d’ora in poi DSC), Leone XIV è chiamato a inaugurare una Dottrina Sociale Digitale, capace di custodire la dignità umana nell’epoca dell’algoritmo. Il principio, però, non cambia: la persona non può mai essere ridotta a ingranaggio di un sistema, né ieri nella fabbrica, né oggi nei processi automatizzati dell’IA. Il filo rosso resta lo stesso: la Chiesa, oggi come allora, non teme il progresso, teme solo ciò che disumanizza.

Già papa Francesco, nel Discorso ai membri della Fondazione Centesimus Annus Pro Pontifice (5 giugno 2023), annotava che la DSC “non è solo teoria, ma può diventare uno stile virtuoso con cui far crescere società degne dell’uomo”. E nel Messaggio per la 57a Giornata Mondiale della Pace (gennaio 2024) anticipava una riflessione sugli aspetti positivi del progresso scientifico, ma anche sulle sfide etiche che alcuni progressi, come l’IA, pongono.

Leone XIV: nuova profezia del sociale

Papa Leone XIV, nel suo primo discorso ai cardinali del 10 maggio 2025, affermava: “i progressi dell’intelligenza artificiale pongono nuove sfide per la difesa della dignità umana, della giustizia e del lavoro”. Ispirandosi a Leone XIII, che rispose alla rivoluzione industriale con Rerum Novarum, egli dà priorità all’IA come “nuova questione sociale”, chiedendo una risposta etica che integri la fede cattolica con l’innovazione tecnologica.

La sua linea è in armonia con la Nota Antiqua et Nova sul rapporto tra intelligenza artificiale e intelligenza umana, redatta dai Dicasteri per la Dottrina della Fede e per la Cultura e l’Educazione (8 gennaio 2025). Il documento chiarisce che l’IA è uno strumento, non un soggetto: esegue compiti, non pensa; calcola, non discerne; elabora, ma non comprende. Le mancano le dimensioni che rendono l’uomo tale: razionalità, affettività, relazionalità, apertura al vero.

Le questioni suscitate dall’IA ci obbligano a ripensare criticamente il nostro rapporto con la tecnologia e a riscoprire la dimensione comunitaria della società umana. L’IA, paradossalmente, ci costringe a tornare all’essenziale: che cosa significa essere intelligenti, liberi, responsabili.

Il nuovo Messaggio del Papa per la Giornata Mondiale 2026

In questo quadro si inserisce perfettamente il nuovo Messaggio del Papa per la 60ª Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali 2026, dedicato al tema: “Custodire voci e volti umani”.

Il Papa richiama l’urgenza di proteggere l’umano nella comunicazione, in un tempo in cui algoritmi, IA generativa e ambienti digitali rischiano di disincarnare le relazioni, manipolare le percezioni e oscurare la verità dei volti. Il suo appello è profondamente antropologico: nessuna tecnologia può sostituire l’incontro, l’ascolto, la responsabilità verso l’altro.

Il Messaggio diventa così un tassello essenziale della Dottrina Sociale Digitale:

  • denuncia i rischi di deep-fake, polarizzazioni, manipolazioni emotive;
  • chiede un’alfabetizzazione critica che renda liberi;
  • invita a una comunicazione che non consumi i volti, ma li riveli;
  • afferma che l’IA deve essere alleata, non oracolo;
  • ricorda che la verità nasce da relazioni reali, non da simulazioni.

In altre parole, il Papa indica la direzione antropologica fondamentale: custodire l’umano nell’ecosistema digitale. Difatti, in più occasioni, ha riconosciuto che l’IA è un prodotto del potenziale creativo umano, un “dono di Dio” se usata con discernimento. Può apportare benefici in medicina, lavoro, cultura, comunicazione. Ma richiede una governance etica, inclusiva, orientata al bene comune.

Da qui la richiesta di un trattato internazionale sull’IA e la prospettiva — sempre più evocata — di una possibile enciclica Rerum Digitalium.

Il contributo del pensiero francescano: un umanesimo per l’era digitale

Se la DSC offre i criteri, il francescanesimo offre lo stile. Ed è qui che il tuo testo trova il suo baricentro più originale.

Francesco d’Assisi non ha mai temuto la novità: l’ha sempre trasformata in occasione di libertà, creatività e fraternità. Il suo sguardo può illuminare anche l’IA, perché il suo modo di abitare il mondo non è mai stato possessivo, ma relazionale.

Difatti, per Francesco, la creatività non è evasione, ma modo di abitare il mondo senza possederlo. L’IA può liberare tempo, energie, immaginazione: può restituire all’uomo la possibilità di essere e restare più umano. Inoltre, la fraternità, come criterio di discernimento, acquista spessore anche nel campo della tecnologia, la quale è buona quando genera relazioni, non quado le sostituisce. Un’IA “fraterna” è un’IA inclusiva, non discriminatoria, capace di servire e non di dominare. Infine, la minorità, l’umiltà e la semplicità costituiscono lo stile epistemologico della realtà francescana, la quale costituisce un modello a cui guardare. L’IA, per quanto potente, non esaurisce il mistero dell’uomo. L’umiltà è la virtù che impedisce di trasformare l’algoritmo in idolo.

Non si tratta di idealizzare. I rischi sono reali ed evidenti: disumanizzazione del lavoro, sorveglianza e manipolazione, bias algoritmici, concentrazione del potere nelle mani di pochi; ma le opportunità, altrettanto reali, non mancano: nuove forme di cooperazione uomo-macchina, supporto ai più fragili (sanità, educazione, disabilità), potenziamento delle capacità umane, una nuova economia della cura e della creatività. Quindi, la questione non è se l’IA sarà buona o cattiva, ma quale umanesimo sapremo costruire attorno ad essa.

La conclusione non può che venire da san Francesco e il Cantico delle creature: da un lato, le prime tre parole: Altissimo, Onnipotente, Buono, che esprimono la trascendenza teologica (al di sopra di ogni sapienza, potere, libertà creativa e ogni cosa), il terzo richiama la bontà e misericordia; dall’altro, l’ascesa (reditus) a Dio tramite tutte le creature (esemplarismo o via pulchitudinis ). Il Cantico delle Creature e l’arte francescana — da Giotto a Michelangelo — mostrano, infatti, che la verità si manifesta nella bellezza e nella relazione, non nella pura efficienza. L’IA può aiutare a contemplare, ma non può sostituire lo sguardo che riconosce il volto dell’altro come rivelazione.

La rivoluzione vorticosa dell’IA può renderci più liberi o più prigionieri. Il nodo critico è l’ambivalenza: tutto può diventare calcolo, dato, profitto. L’antropologia cristiana e francescana rimette al centro il cuore umano, luogo della libertà creativa e della coscienza.

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